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Sentencia condenatorioa del Gral (R) Carlos Guillermo Suárez Masón, Gral (R) Santiago Omar Riveros y otros por crímenes contra ciudadanos italianos en la República Argentina.
Redatta scheda pel casellario N. 3402/92 R.G.N.R. N. 21/99 e 3/2000 del Reg. Gen
addì …………… N. 1402/93 R.G.G.I.P. N. 40/2000 del Registro
Inserz. sentenzeCorte di assise di Roma
Repubblica italiana
in nome del popolo italiano
L'anno duemila, il giorno sei del mese di dicembre, in Roma
La II Corte di assise di roma
composta dei Signori:
1. Mario Lucio D'Andria Presidente
2. Stefano Petitti Giudice a latere
3. Giulia Ottaviani
4. Rosina Rosati
5. Elisabetta Celli Giudici
6. Giampiero Altobelli popolari
7. Alessio Bonifazi
8. Fabiana Della Verità
con l'intervento del Pubblico Ministero, rappresentato dal Sig. dott. Francesco Caporale, e con l'assistenza del Cancellieri Sig.ra Orietta Caliandro, ha pronunciato la seguente
sentenza
nella causa penale con rito ordinario
CONTRO
1) Santiago Omar Riveros, nato l'8.4.1923 a Magigasta (Arg.)domiciliato ai sensi dell'art. 169 c.p.p. presso Avv. Marcello Melandri, con studio in Roma, Via della Conciliazione, 44;
Libero contumace
2) Juan Carlos Gerardi, nato il 9.9.1931 a Corrientes (Arg.)domiciliato ai sensi dell'art. 169 c.p.p. presso Avv. Giovanni Aricò, con studio in Roma, Via Ugo De Carolis, 62;
Libero contumace
3) Josè Luis Porchetto, nato l'11.5.1947 a S. Fernando (Arg.)domiciliato ai sensi dell'art. 169 c.p.p. presso Avv. Graziano Pulitini, con studio in Roma, Via Aubry, 3;
Libero contumace
4) Alejandro Puertas, nato il 18.12.1954 a S. Fernando (Arg.)domiciliato ai sensi dell'art. 169 c.p.p. presso Avv. Giovanni Aricò, con studio in Roma, Via Ugo De Carolis, 62;
Libero contumace
5) Hector Omar Maldonado, nato il 26.11.1950 a Tigre (Arg.)domiciliato ai sensi dell'art. 169 c.p.p. presso Avv. Graziano Pulitini, con studio in Roma, Via Aubry, 3;
Libero contumace
6) Roberto Julio Rossin, nato il 26.8.1948 a S. Fernando (Arg.)domiciliato ai sensi dell'art. 169 c.p.p. presso Avv. Giovanni Aricò, con studio in Roma, Via Ugo De Carolis, 62;
Libero contumace
7) Carlos Guillermo Suarez Mason, nato il 24.1.1924 a Buenos Aires (Arg.)domiciliato ai sensi dell'art. 169 c.p.p. presso Avv. Marcello Melandri, con studio in Roma, Via della Conciliazione, 44;
Stralciato all'udienza del 22.12.99 (assegnato il n. 3/2000 R.G.); riunito all'udienza del 7.6.2000
Detenuto agli arresti dom.ri per altra causa in Argentina
assente
Imputati
Carlos Guillermo Suarez Mason
A) del delitto di cui agli artt. 81 cpv, 575, 577 C.P., per avere, con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, nella sua qualità di Comandante del 1º Corpo dell'esercito argentino e di responsabile della zona 1 di Buenos Aires, nell'ambito del cosiddetto "Processo di riorganizzazione nazionale", instaurato in Argentina dopo il colpo di stato del 24 marzo 1976, che prevedeva, tra l'altro, la costituzione di strutture repressive operanti su tutto il territorio nazionale, tra cui campi di concentramento clandestini e gruppi speciali di militari che avevano il compito di sequestrare, torturare e sopprimere gli oppositori del regime, ordinato come mandante l'uccisione di:
1) Laura Estela Carlotto, sequestrata il 26 novembre 1977 a Buenos Aires da persone rimaste sconosciute e internata nel campo di concentramento clandestino "La Cacha" fino al 25 agosto 1978, giorno in cui veniva assassinata simulando un finto conflitto a fuoco con i militari per non essersi fermata ad un posto di blocco;
2) Norberto Julio Morresi, sequestrato il 23 aprile 1976, insieme a Luis Roberto Mario, da persone rimaste sconosciute, mentre si stava recando a consegnare nelle edicole copie del giornale "Evita Montonera", considerato sovversivo, e subito dopo fucilato alla periferia di Buenos Aires;
3) Pedro Luis Mazzocchi, sequestrato da persone rimaste sconosciute il 30 luglio 1977, presso la base aerea di Tandil, dove prestava servizio di leva, internato nel campo clandestino "La Cacha" fino all'11 novembre 1977 e successivamente ucciso il 23 novembre 1977, simulando un finto conflitto a fuoco con i militari della 1ª Brigata aerea;
4) Luis Alberto Fabbri, sequestrato il 19 aprile 1977 nella città di Buenos Aires da persone rimaste sconosciute, internato nel campo clandestino "El Vesubio" fino al 23 maggio 1977 e successivamente assassinato il 24 maggio 1977, simulando un finto conflitto a fuoco con le forze di sicurezza;
5) Daniel Jesus Ciuffo, sequestrato e internato a Buenos Aires nel centro clandestino "El Vesubio" fino al 23 maggio 1977, successivamente assassinato il 24 maggio 1977, simulando un finto conflitto a fuoco con le forze di sicurezza.
Con l'aggravante della premeditazione ed usando crudeltà e sevizie contro le persone.
In Argentina tra il 1976 e il 1978.
B) del delitto di cui all'art. 605 C.P., per avere, nella sua qualità di cui al capo A), ordinato la sottrazione del neonato Guido Carlotto alla propria madre Laura Estela Carlotto che l'aveva partorito il 26 giugno 1978 mentre si trovava internata nel campo di concentramento clandestino "La Cacha" di Buenos Aires, privandolo della sua libertà personale fino a tutt'oggi.
In Argentina tra il 1976 e il 1978.
Juan Carlos Gerardi, Santiago Omar Riveros, Roberto Julio Rossin, Alejandro Puertas, Josè Luis Porchetto, Hector Omar Maldonado
C) del delitto di cui agli artt. 81, 110, 575, 577 C.P., per avere, agendo in concorso tra di loro, il Juan Carlos Gerardi, nella sua qualità di Capo della Prefettura Navale a Tigre e il Santiago Omar Riveros, nella sua qualità di Comandante della zona 4 "Tigre Campo de Majo" ordinato a Roberto Julio Rossin, Alejandro Puertas, Josè Luis Porchetto e Hector Omar Maldonado, tutti in servizio presso la Prefetura di Tigre, di sequestrare ed uccidere Mario Marras e Martino Mastinu, assassinati il primo il 22 maggio 1976 nell'isola Paicarabi del delta del Paranà, comune di Tigre; il secondo il 7 luglio 1976, dopo essere stato sequestrato a Buenos Aires.
Con l'aggravante della premeditazione.
In Argentina tra il 1976 e il 1978.
Parti civili
Presidenza del Consiglio dei Ministri
elett.te dom.ta presso Avvocatura Generale dello Stato, in Roma, Via dei Portoghesi n. 12, Avv. Giovanni Pietro De Figueiredo;
Graciela Cristina Wagner De Fabbri, n. Buenos Aires (Arg.) 1.5.1948
Ana Teresa Fabbri, n. Florida-Buenos Aires (Arg.) 23.9.1971
Diego Martin Mastinu, n. S. Fernando (Arg.) 10.9.75
tutti elett.te dom.ti presso il difensore Avv. Luigi Cogodi, con studio in Cagliari, Via E. De Magistris n. 8;
Enriqueta Estela Barnes in Carlotto, n. Buenos Aires (Arg.) 22.10.1930
Claudia Susana Carlotto, n. La Plata (Arg.) 26.7.1957)
Julio Alberto Morresi, n. Mar de La Plata-Macedonia (Arg.) 10.7.1930
Claudio Alberto Morresi, n. Buenos Aires (Arg.) 30.4.1962
Olga Reina Ferrero, n. Carlos Pellegrini (Arg.) 6.1.1928
Elena Alfaro, n. La Plata (Arg.) 22.4.1952
tutti elett.te dom.ti presso il difensore Avv. Marcello Gentili, con studio in Milano, Piazza delle Cinque Giornate n. 1;
Santina Mastinu ved. Marras, n. Tresnuraghes (Or) 1.4.1948
Maria Manca in Mastinu, n. Tresnuraghes (Or) 19.11.1921
Maria Rosa Piras ved. Marras, n. Tresnuraghes (Or) 6.1.1918
Vanina Lorena Marras, n. San. Isidro-Buenos Aires (Arg.) 12.1.1974
Sebastian Mastinu, n. S. Fernando (Arg.) 10.1.1953
Maria Ines Mastinu, n. S. Fernando (Arg.) 6.9.1956
Maria Elisa Fabbri, n. Balnearia-Cordoba (Arg.) 9.9.1950
Nelida Baqué, n. S.N. Fernandez (Arg.) 27.3.1929
Ester Nelida Mazzocchi, n. Tandil (Arg.) 6.3.1952
I.C.F.T.U. Confederazione Internazionale dei Sindacati Liberi tutti elett.te dom.ti presso il difensore Avv. Giancarlo Maniga, con studio in Milano, Piazza S. Pietro in Gessate n. 2;
Regione Autonoma della Sardegna
nella qualità di Ente interveniente a sostegno della parte offesa Santina Mastinu elett.le dom.ta presso il difensore Avv. Granziano Campus dell'Ufficio Legislativo e Legale della Regione Sarda presso Ufficio di Rappresentanza della Regione Sardegna, in Roma, Via Lucullo n. 24.
Conclusioni delle parti
P.M.
Carlos Guillermo Suarez Mason: ergastolo con isolamento diurno per anni tre;
Santiago Omar Riveros: ergastolo con isolamento diurno per anni due;
Juan Carlos Gerardi, Josè Luis Porchetto, Alejandro Puertas, Hector Omar Maldonado, Roberto Julio Rossin: ergastolo; assoluzione per il solo omicidio in danno di Mario Marras;
Per tutti: pene accessorie previste dalla legge; pubblicazione in estratto della sentenza ai sensi dell'art. 36 c.p. in Argentina presso i Comuni di residenza degli imputati, nonché sui quotidiani argentini "Clarin", "La Nacion", "Pagina 12" e sui quotidiani italiani "La Repubblica", "Il Corriere della Sera", "Il Manifesto".
Parti Civili
Avvocatura Generale dello Stato
Affermare la penale responsabilità degli imputati e per l'effetto condannarli al risarcimento del danno nella misura di L. 1.000.000.000 per il sequestro e l'omicidio di ciascuna delle vittime in età adulta e L. 3.000.000.000 per il sequestro del minore Carlotto Guido. Condanna al pagamento degli onorari del giudizio nella misura di L. 20.000.000.
Avv. Luigi Cogodi per Graciela Cristina Wagner De Fabbri, Ana Teresa Fabbri, Diego Martin Mastinu
Affermare la penale responsabilità degli imputati Carlos Guillermo Suarez Mason e Santiago Omar Riveros e condannarli alla pena ritenuta di giustizia, al risarcimento dei danni morali e materiali nella misura di L. 1.000.000.000 per ciascuna parte civile costituita; Disporre a carico degli imputati una provvisionale immediatamente esecutiva di L. 500.000.000 per ciascuna parte civile costituita. Condanna al pagamento degli onorari del giudizio come da notula.
Avv. Marcello Gentili per Enriqueta Estela Barnes in Carlotto, Claudia Susana Carlotto, Julio Alberto Morresi, Claudio Alberto Morresi, Olga Reina Ferrero, Elena Alfaro
Affermare la penale responsabilità di Carlos Guillermo Suarez Mason e condannarlo alla pena ritenuta di giustizia, al risarcimento dei danni morali e materiali nella misura di L. 1.000.000.000 per ciascuna parte civile costituita.
Disporre a carico dell'imputato una provvisionale immediatamente esecutiva di L. 500.000.000 per ciascuna parte civile costituita. Condanna al pagamento degli onorari del giudizio come da notula.
Avv. Giancarlo Maniga per Santina Mastinu ved. Marras, Maria Manca in Mastinu, Maria Rosa Piras ved. Marras, Vanina Lorena Marras, Sebastian Mastinu, maria Ines Mastinu, Maria Elisa Fabbri, Nelida Baqué, Ester Nelida Mazzocchi, I.C.F.T.U. Confederazione Internazionale dei Sindacati Liberi
Affermare la penale responsabilità degli imputati Santiago Omar Riveros, Jan Carlos Gerardi, Josè Luis Porchetto, Alejandro Puertas, Hector Omar Maldonado, Roberto Julio Rossin e condannarli alla pena ritenuta di giustizia e al risarcimento dei danni morali e materiali nella misura di L. 1.000.000.000 per ciascuna parte civile costituita. Condanna al pagamento degli onorari del giudizio come da notula.
Avv. Graziano Campus per la Regione Autonoma Sardegna
Dichiara di aderire e sostenere le conclusioni formulate dalle parti civili sia per quanto attiene alla penale responsabilità degli imputati sia per quanto riguarda il risarcimento dei danni morali e materiali.
Difese
Avv. Mario Scialla per Santiago Omar Riveros e Carlos Guillermo Suarez Mason Assoluzione per totale mancanza di prove.
Avv. Masini per Santiago Omar Riveros
Assoluzione per non aver commesso il fatto o perché il fatto non sussiste.
Avv. Masini per Carlos Guillermo Suarez Mason
Assoluzione perché il fatto non sussiste.
Avv. Strillacci per Juan Carlos Gerardi, Josè Luis Porchetto, Alejandro Puertas, Hector Omar Maldonado, Roberto Julio Rossin
Assoluzione perché il fatto non sussiste, in subordine assoluzione ai sensi dell'art. 530 c.p.p. co. 2.
Svolgimento del Processo
Nell'estate del 1982, a seguito di notizie riferite dalla stampa in merito alla scomparsa, in Argentina, di migliaia di persone e, tra queste, di centinaia di cittadini italiani, nel periodo della repressione esercitata dalla Giunta militare allora al potere in quel Paese, la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Roma avviava indagini, acquisendo tra l'altro copiosa documentazione e informando il Ministro di Grazia e Giustizia dell'epoca per le sue determmazioni.
Il 21 gennaio 1983 il Ministro inviava al Procuratore Generale presso la Corte di appello di Roma (che provvedeva a trasmetterla alla Procura della Repubblica della stessa città) una formale richiesta di procedimento penale, del seguente tenore: "Ai sensi dell'art.8 del codice penale richiedo che si proceda penalmente nello Stato nei confronti di coloro che risulteranno responsabili in ordine ai fatti delittuosi commessi in danno di cittadini italiani nel territorio della Repubblica di Argentina dal 1976 in poi, in relazione alla vicenda dei desaparecidos di cui alle note 9 novembre 1982 del Presidente della Commissione Giustizia della Camera dei Deputati e 15 gennaio 1983 del Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Roma, che allego in copia. Resto in attesa di conoscere l'esito del procedimento".
Il 3 marzo 1983 veniva formalizzata l'istruttoria nei confronti di ignoti e il Giudice Istruttore presso il Tribunale di Roma avviava una serie di accertamenti, tra l'altro avvalendosi della collaborazione del Ministero degli Affari Esteri e dell'Ambasciata d'Italia in Buenos Aires.
Con nota in data 1 dicembre 1988, il Giudice Istruttore comunicava al Ministro che, in esito ad una lunga e complessa istruttoria, risultava confermata la consumazione di una serie di reati gravissimi (omicidio, rapina, sequestro di persona, lesioni, sostituzione di stato, violenza carnale ed altro), commessi da numerose persone (quasi tutte operanti nell'organico della pubblica amministrazione argentina) ai danni di cittadini italiani. Aggiungeva che avevano avuto esito negativo le richieste, ripetutamente avanzate per le vie diplomatiche alle autorità argentine, di fornire notizie e documenti in ordine alla completa identificazione dei responsabili dei fatti criminosi, di trasmettere le decisioni rese da quelle autorità giudiziarie nei confronti di persone imputate dei suddetti reati, di comunicare ogni notizia utile circa la pendenza di analoghi procedimenti e di consentire l'espletamento di rogatorie dirette. Precisava, peraltro, di aver acquisito, con la collaborazione del Ministero degli Esteri, copia delle sentenze emesse dalla magistratura argentina nei due più noti procedimenti, svoltisi a carico del generale Jorge Rafael Videla (capo dell'Esercito e primo comandante della Giunta militare), di Ramon Juan Alberto Camps (capo della Polizia di Buenos Aires) e di altre persone; trasmetteva, pertanto, tali decisioni, con la traduzione in lingua italiana, perché il Ministro esprimesse le proprie determinazioni ai sensi dell'art.11 comma 2 c.p.
Con nota in data 3 aprile 1990, veniva comunicato all'autorità giudiziaria procedente che il Ministro non riteneva di dover formulare la richiesta ex art.11 c.p. nei confronti delle persone già giudicate in Argentina con le due citate sentenze.
Le indagini proseguivano nei confronti di militari che non risultavano ancora giudicati e il 18 novembre 1991 veniva acquisita ulteriore documentazione, allegata ad una denuncia-memoria presentata dagli avvocati Marcello Gentili e Giancarlo Maniga nell'interesse dei familiari di alcuni cittadini italiani scomparsi in Argentina nel periodo sopra indicato.
Il 7 gennaio 1992 il pubblico ministero chiedeva l'archiviazione del procedimento e contemporaneamente, essendo scaduti i termini di durata delle indagini preliminari fissati dal nuovo codice di rito, chiedeva la riapertura delle indagini in merito ai fatti commessi ai danni delle persone indicate nella suddetta memoria difensiva.
Il 10 febbraio 1992 il g.i.p. accoglieva le richieste del pubblico ministero, disponendo l'archiviazione e contestualmente la riapertura delle indagini.
L'11 marzo 1994 la Camera Federale argentina negava una rogatoria richiesta dall'autorità giudiziaria italiana, affermando testualmente: "I fatti che sono oggetto di giudizio nello Stato italiano e che motivano la richiesta di assistenza dai cui termini questo tribunale non può scostarsi - risultano (essere) quelli per cui diversi tribunali del nostro Paese, inclusa questa Corte nazionale penale d'appello, istruirono e discussero una grande quantità di cause in cui vennero emessi decreti definitivi, o casi in cui si estinse l'azione penale in base alla legge 23.492 o ricorse la presunzione legale di non punibilità che - senza ammettere prova contraria - ha stabilito la legge 23.521".
Il 27 dicembre 1995, ritenendo provato, sulla base di quanto affermato dalla Camera Federale argentina, che i fatti per i quali si stava procedendo in Italia avessero già costituito oggetto di giudizio in Argentina, e ritenendo comunque che la conclamata negazione di qualsiasi forma di assistenza da parte delle autorità argentine comportasse l'impostibilità di acquisire riscontri in merito ai fatti denunciati, il pubblico ministero chiédeva al g.i.p. l'archiviazione anche del residuo troncone di procedimento.
Le persone offese presentavano opposizione a tale richiesta e il g.i.p., con provvedimento in data 9 maggio 1996, all'esito di un'udienza camerale, invitava il pubblico ministero ad informare nuovamente il Ministro della Giustizia per le sue determinazioni ex art.11 c.p., anche alla luce di quanto affermato dalla Camera Federale argentina.
Con nota in data 8 agosto 1996, il Ministro rispondeva precisando che la richiamata decisione dell'autorità giudiziaria argentina, per la sua genericità, non consentiva di ritenere che effettivamente, rispetto ai reati e agli indagati per i quali si stava procedendo in Italia, fossero intervenute in Argentina sentenze qualificabili come giudicati; affermava, pertanto, di non pòter assumere alcuna determinazione ai sensi dell'art.11 c.p., in mancanza di elementi certi in ordine all'esistenza del presupposto per l'applicazione di tale norma; rimetteva comunque all'autorità giudiziaria italiana ogni valutazione circa la possibilità di continuare a procedere sulla base della richiesta formulata a suo tempo ai sensi dell'art.8 c.p.
Il g.i.p., ritenendo che sussistesse tale possibilità, dopo aver rigettato la richiesta di archiviazione ed imposto al pubblico ministero la formulazione delle imputazioni, con decreto in data 20 maggio 1999 disponeva il rinvio a giudizio, davanti a questa Corte di assise, di Carlos Guillermo Suarez Mason, Santiago Omar Riveros, Juan Carlos Gerardi, Roberto Julio Rossin, Alejandro Puertas, Josè Luis Porchetto e Heotor Omar Maldonado, in ordine alle imputazioni indicate in rubrica e in ragione delle qualifiche da ciascuno rivestite all'epoca dei fatti.
All'udienza dibattimentale del 21 ottobre 1999, sentiti il pubblico ministero ed i difensori e accertata la regolarità delle notifiche, veniva dichiarata la contumacia di tutti gli imputati. Subito dopo la dichiarazione di contumacia (in ordine alla quale nulla osservava l'avv. Carlo Longári, sostituto dell'avv. Marcello Melandri, difensore di fiducia di Suarez Mason e di Riveros) e prima che venissero completati gli adempimenti previsti dall'art.484 c.p.p. (e, in particolare, prima che venissero raccolte le costituzioni di parte civile e prima che venissero sentite le parti sulla loro ammissibilità), su richiesta dell'avv. Longari veniva disposto il rinvio al 22 dicembre 1999 per legittimo impedimento dell'avv. Melandri.
All'udienza di rinvio l'avv. Melandri produceva una lettera, inviatagli cinque giorni prima da Suarez Mason, con la quale lo stesso imputato informava di essere stato privato della libertà personale, a seguito di provvedimento emesso dall'autorità giudiziaria argentina in un procedimento penale per il reato di sottrazione di minori (commesso nella stessa epoca dei fatti oggetto del presente giudizio), e faceva presente che il suo stato di detenzione gli impediva, contro il suo desiderio, di partecipare al processo in Italia ed eccepire la carenza di giurisdizione di questa Corte di assise, in ordine a fatti per i quali era stato ed era ancora oggetto di persecuzione penale in Argentina. L'avv. Melandri precisava che al suo assistito erano stati concessi gli arresti domiciliari, in considerazione della sua età avanzata, e chiedeva comunque il rinvio per legittimo impedimento dell'imputato medesimo.
Questa Corte riteneva che lo stato di detenzione all'estero per altra causa configurasse un'ipotesi di legittimo impedimento, non essendo stata disposta la traduzione dell'imputato ed avendo lo stesso manifestato la volontà di presenziare al dibattimento, e disponeva la separazione degli atti relativi a Suarez Mason, la formazione di un autonomo fascicolo ed il rinvio del relativo procedimento all'udienza del 10 marzo 2000; ordinava altresì clle tale provvedimento venisse notificato all'interessato, con l'osservanza delle disposizioni in materia di assistenza giudiziaria internazionale.
Nella stessa udienza del 22 dicembre 1999 il dibattimento proseguiva nei confronti degli altri imputati e venivano presi in esame gli atti di costituzione di parte civile della Presidenza del Consiglio dei Ministri, di Diego Martin Mastinu, Santina Mastinu ved. Marras, Maria Manca in Mastinu, Maria Rosa Piras ved. Marras, Vanina Lorena Marras, Sebastian Mastinu, Maria Ines Mastintl e della Confederazione internazionale dei sindacatti liberi nonché gli atti di intervento della C.G.I.L., della C.I.S.L., della U.I.L., della Provincia di Oristano, del Comune di Tresnuraghes e della Regione Sardegna.
L'avv. Melandri, nella qualità di difensore di Riveros, eccepiva la tardività, ai sensi degli artt. 79 e 484 c.p.p., degli atti di costituzione e di intervento che non erano stati già formalizzati in udienza preliminare; i difensori degli altri imputati sollevavano varie eccezioni in ordine alla regolarità degli atti suddetti.
La Corte, osservando che alla precedente udienza non erano state completate le formalità previste dall'art.484 c.p.p. (proprio per dare la possibilità al difensore impedito di interloquire sull'ammissibilità degli atti di costituzione e di intervento ancora da formalizzare) e sostenendo che sia per le costituzioni di parte civile che per gli interventi degli enti esponenziali sussistevano tutte le condizioni richieste dagli artt. 74 ss. e 91 ss. c.p.p., respingeva le eccezioni e rinviava in prosieguo al 10 marzo 2000.
All'udienza del 10 marzo 2000, i difensori degli imputati eccepivano la improcedibilità dell'azione penale per violazione degli artt. 11 e 8 c.p. Sotto il primo profilo assumevano che, come era stato evidenziato dalla Camera Federale argentina con la pronuncia dell'11 marzo 1994 e come era stato sottolineato dal pubblico ministero nella richiesta di archiviazione del 27 dicembre 1995, i fatti contestati avevano già costituito oggetto di giudizio in Argentina e il Ministro della Giustizia italiano non aveva mai avanzato richiesta di rinnovamento del giudizio in Italia. Sotto il secondo profilo sostenevano che la richiesta ex art.8 c.p., inviata dal Ministro nel 1983, non era valida, in quanto priva dei caratteri della specificità e della determinatezza, e comunque non era più efficace, poiché si riferiva a fatti che avevano dato origine ad un procedimento conclusosi con provvedimento di archiviazione, mentre l'attuale procedimento era iniziato a seguito di denuncia presentata nel 1991 in relazione a fatti nuovi. Facevano, infine, rilevare che la richiesta del 1983 era mancante dell'ulteriore presupposto di applicabilità dell'art.8 c.p., costituito dal fatto che i delitti contestati fossero "politici" e cioè tali da ledere un interesse politico dello Stato italiano o della sua collettività; nel caso di specie, infatti, i delitti contestati erano stati commessi ai danni delle vittime, non perché cittadini italiani, ma nell'ambito di una guerra civile interna all'Argentina, nella quale la repressione nei confronti degli oppositori al regime era stata determinata da motivi politici squisitamente nazionali, interni a quel Paese e privi di rilevanza per lo Stato italiano.
La Corte respingeva tali eccezioni, osservando che: 1) non era necessaria una richiesta ex art.11 c.p., poiché non era stato in alcun modo dimostrato che, nei confronti degli imputati (a differenza di altri indagati dell'originario procedimento, giudicati con le sentenze Videla e Camps) fossero state emesse dall'autorità gludiziaria argentina pronunce aventi caràttere giurisdizionale (implicanti cioè, anche se in via solo incidentale, una valutazione di merito sulla responsabilità penale degli imputati medesimi); 2) la generica affermazione contenuta nel provvedimento dell' 11 marzo 1994 della Camera Federale argentina (come era stato sottolineato nella nota del Ministro della Gitlstizia dell'8 agosto 1996) non consentiva di valutare se effettivamente fossero intervenute sentenze qualificabili come giudicati ai sensi dell'art.11 c.p. e non soltanto provvedimenti aventi natura amministrativa o legislativa o carattere meramente processuale (cioè di semplice presa d'atto di decisioni adottate da un potere diverso da quello giudiziario); 3) la prova dell'esistenza di giudicati avrebbe potuto agevolmente essere fornita dagli stessi imputati, in quanto destinatari delle asserite pronunce, e ciò non era stato mai fatto, malgrado il lungo tempo trascorso; 4) i delitti contestati dovevano qualificarsi "politici"; nel senso richiesto dall'art.8 c.p., essendo innegabile la lesione di un interesse politico dello Stato italiano, in presenza di azioni repressive subite da propri cittadini con aperta violazione di principi e diritti fondamentali; 5) la volontà di far valere detto interesse era stata chiaramente manifestata dallo Stato italiano con la richiesta del Ministro in data 21 gennaio 1983, era stata poi implicitamente confermata con la nota ministeriale dell'8 agosto 1996 ed era stata, infine, conclamata nel 1999 con lá costituzione di parte civile della Presidenza del Consiglio dei Ministri; 6) detta richiesta non poteva essere considerata generica, in quanto faceva esplicito riferimento alla vicenda dei desaparecidos descritta nelle richiamate note del Presidente della Commissione Giustizia della Camera dei Deputati e del Procuratore della Repubblica di Roma e dava sufficienti indicazioni in ordine alle persone offese nonché alle date ed ai luoghi di consumazione dei delitti (e, ovviamente, non anche in ordine ai nominativi degli indagati ed ai reati da contestare, dato che gli stessi all'epoca non erano ancora noti e dovevano essere accertati proprio sulla base delle indagini che venivano richieste ed autorizate); 7) il provvedimento di archiviazione del 1992 aveva definito soltanto le posiziosni degli indagati già giudicati con le sentenze Videla e Camps (per i quali mancava la richiesta di rinnovazione del giudizio ex art.11 c.p.), mentre per le altre posizioni l'archiviazione era stata meramente formale (in quanto necessitata dalla scadenza dei termini di durata delle indagini) ed era stata accompagnata (tenuto conto dei nuovi elementi probatori offerti dai difensori delle parti lese nel 1991) da una contestuale autorizzazione alla riapertura delle indagini, che aveva consentito la prosecuzione dell'originario procedimento, sulla base della richiesta inviata dal Ministro nel 1983 con riferimento a tutti i crimini commessi in danno di cittadini italiani.
All'udienza del 19 aprile 2000 il pubblico ministero ed i difensori, nell'ordine stabilito dall'art.493 c.p.p., indicavano i fatti da provare e chiedevano l'ammissione di prove documentali e testimoniali. La Corte respingeva alcune opposizioni sollevate dai difensori degli imputati ed ammetteva le prove richieste dalla pubblica e dalla privata accusa, rinviando al 7 giugno 2000 per l'inizio dell'istruttoria dibattimentale.
Nel processo stralciato, relativo alla posizione di Suarez Mason, nell'udienza del 10 marzo 2000 si prendeva atto che la richiesta di assistenza giudiziaria internazionale, finalizzata alla notifica all'imputato del provvedimento di rinvio, non era stata accolta per assenta inosservanza di alcune formalità ritenute indispensabili dall'autorità giudiziaria argentina. La Corte deliberava, pertanto, di rinnovare la rogatoria (previa scrupolosa osservanza delle formalità indicate), rinviando al 7 giugno 2000. Con la nuova richiesta di assistenza giudiziaria si pregava anche l'autorità giudiziaria argentina di autorizzare il trasferimento temporaneo dell'imputato per presenziare a tale udienza dibattimentale.
Prima dell'udienza di rinvio la Corte veniva informata dal Ministero della Giustizia che l'1 giugno 2000 Suarez Mason, interpellato dal Giudice Federale argentino Adolfo Luis Bagnasco e reso edotto del contenuto della richiesta di assistenza giudiziaria, aveva risposto che non era sua intenzione comparire di fronte all'autorità giudiziaria italiana, in quanto voleva prima dimostrare la propria innocenza in ordine ai reati di sottrazione di minori contestatigli in Argentina e poi considerare la possibilità di presentarsi davanti a questo organo giudicante.
All'udienza del 7 giugno 2000 la Corte, ritenendo che, a norma dell'art.420 quinquies c.p.p., Ia manifestazione di volontà espressa da Suarez Mason davanti al giudice argentino dovesse essere qualificata come rifiuto di presenziare al dibattimento, dlsponeva procedersi in assenza dell'imputato. Venivano quindi prese in esame le costituzioni di parte civile della Presidenza del Consiglio dei Ministri, di Graciela Cristina Wagner De Fabbri, Enricheta Estela Barnes in Carlotto, Claudia Susana Carlotto, Julio Alberto Morresi, Claudio Alberto Morresi, Olga Reina Ferrero, Elena Alfaro, Maria Elisa Fabbri, Nelida Baquè ed Ester Nelida Mazzocchi nonché gli atti di intervento della Regione Emilia Romagna, della Regione Marche, della Regione Piemonte e della Provincia di Macerata. Il difensore di Suarez Mason formulava le stesse eccezioni già proposte nel procedimento relativo agli altri imputati. La Corte rigettava le eccezioni con identica motivazione e, dopo l'ammissione delle prove, disponeva la riunione dei due procedimenti. Provvédeva quindi a nominare due difensori di ufficio agli imputati, in quanto gli avvocati Marcello Melandri e Giovanni Aricò, precedentemente nominati di fidùcia, rinunciavano al mandato, facendo presente che lo stesso, in modo alquanto anomalo, era stato loro conferito limitatamente alla formulazione delle questioni preliminari.
Superati i numerosi ostacoli via via frappostisi, a distanza di quasi diciotto anni dall'inizio delle indagini, nella stessa udienza del 7 giugno 2000 poteva avere inizio l'istruttoria dibattimentale, che proseguiva nelle udienze del 12, 13, 14, 19 e 20 giugno, del 5, 19, 20 e 26 settembre, del 4,16, 17, 24 e 25 ottobre e dell'8 novembre 2000, con l'esame di settanta testimoni. Nelle udienze del 9, 22, 24 e 27 novembre e del ó dicembre 2000 si svolgeva la discussione, durante la quale il pubblico ministero ed i difensori delle parti civili e degli imputati formulavano le richieste riportate a verbale.
Motivi della decisione
1) Il contesto storico nel quale si sviluppò la vicenda dei desaparecidos.
La lunga istruttoria dibattimentale ha consentito di accertare che, negli anni tra il 1976 ed il 1983, ad opera di una dittatura militare, si consumò la piu brutale tragedia della storia argentina, concretatasi in un vero e proprio genocidio.
Attraverso le deposizioni dei testi Magdalena Ruiz Guizanu (componente della Conadep, la Commissione Nazionale sulla Scomparsa di Persone, incaricata dal Governo argentino, dopo il ripristino della democrazia, di svolgere indagini per fare luce sulla vicenda dei desaparecidos), Enrico Calamai (prima vice console e poi console generale presso il Consolato italiano a Buenos Aires tra il 1972 e il 1977), Julio Cesar Strassera (sostituto procuratore della Camera Federale argentina, clze svolse le fimzioni di pubblico ministero nel processo al generale Jorge Videla ed agli altri componenti delle Giunte militari succedutesi in Argentina tra il 1976 ed il 1983), Italo.Moretti (inviato speciale della RAI in Argentina negli anni dell'ultima dittatura militare) e Horacio Verbitsky (giornalista argentino, che raccolse, nel libro "Il volo", acquisito agli atti, le rivelazioni dell'ufficiale "pentito" Adolfo Scilingo) nonché sulla base del rapporto sui lavori della Conadep, riportato nel libro "Nunca Mas" (acquisito agli atti nella versione italiana), è stato possibile ricostruire fedelmente il contesto storico nel quale si verificarono i fatti costituenti l'oggetto del presente gludlzlo.
Tra il 1930 ed il 1983, in Argentina, si avvicendarono governi militari in numero superiore a quelli scelti con il voto popolare e si ebbe in media un colpo di stato ogni dieci anni. Il primo avvenne nel 1930 allorché, ad opera di militari che professavano una ideologia assimilabile a quella imperante nello stesso periodo in Germania e in Italia, venne deposto il presidente Hipòlito Yrigoyen, appartenente al partito radicale e rappresentante dei ceti medi immigrati dall'Europa.
Nel 1943 prese il potere un gruppo di militari che erano sulle stesse posizioni dei precedenti, in quanto simpatizzanti con le potenze dell'Asse. Di questo gruppo faceva parte l'allora colonnello Juan Domingo Peròn, che assunse la carica di segretario al lavoro e alla previdenza sociale e successivamente di ministro della Difesa e di vicepresidente. Fin dal primo incarico Peròn avviò una politica che appariva rispettosa dei diritti dei lavoratori e ispirata alla dottrina sociale della Chiesa cattolica. Nel 1945 Peròn venne arrestato dai suoi stessi compagni e poi liberato a seguito di sollevazione popolare spontanea; I'anno successivo venne nominato presidente con libere elezioni.
Nel settembre del 1955 una Giunta militare rovesciò Peròn, chiudendo il Parlamento, sciogliendo la Corte suprema di giustizia ed imponendo lo stato d'assedio. Per ordine del presidente militare Pedro Aramburu, vennero fucilati diversi esponenti peronisti. Peròn andò in esilio all'estero, continuando però ad organizzare un movimento di opposizione e di resistenza.
Nel 1958 venne eletto presidente Arturó Frondizi, il quale ottenne i voti dei peronisti grazie alla promessa di ridare legalità al loro movimento, che era stato messo fuori legge. Il mantenimento di tale promessa scatenò però la reazione dei militari e fu causa di ripetuti scontri tra opposte fazioni.
Nel 1966 si ebbe un nuovo colpo di stato e una Giunta militare depose il radicale Arturo Illia (che era stato eletto nel giugno del 1963), insediando alla presidenza il capo dell'Esercito Juan Carlos Onganìa, sciogliendo il Parlamento e la Corte suprema di giustizia e proibendo ogni attività politica e sindacale. Onganìa allacciò stretti rapporti con le alte autorità ecclesiastiche e all'organizzazione clericale Opus Dei venne riservato un importante ruolo governativo. Nella Chiesa cattolica si ebbero però dissensi alla base, in quanto molti vescovi e sacerdoti si schierarono dalla parte dei ceti più poveri, awiando il dialogo con i marxlstl.
L'oppressione della dittatura militare causò la nascita di organizzazioni di resistenza, come la Gioventù peronista e i Montoneros (provenienti dall'Azione cattolica), e di guerriglia, come l'Esercito rivoluzionario del popolo (Erp) e le Forze armate rivoluzionarie (Far).
Nel 1970 il posto di Onganìa venne preso dal generale Roberto Levingston, al quale l'anno successivo subentrò, dopo un ennesimo colpo di stato, il generale Alejandro Lanusse. Quest'ultimo, vista la difficoltà di sconfiggere la guerriglia con le armi, cercò di isolarla politicamente e indisse le elezioni, ammettendovi anche esponenti peronisti; per evitare una sicura vittoria di Peròn, stabilì però che potevano candidarsi solo coloro che già risiedevano nel Paese prima dell'agosto del 1972.
Dall'esilio di Madrid Peròn prometteva ai suoi sostenitori una patria socialista e la gran parte del popolo argentino, soprattutto quello giovanile ed operaio (che subiva l'influenza dei messaggi sessantotteschi provenienti dall'Europa), credette in questa promessa e gli diede il suo consenso, illudendosi di ottenere finalmente conquiste sociali.
Nel novembre del 1972 Peròn tornò in.Argentina, acclamato da migliaia di persone e, dopo un breve periodo, andò di nuovo a Madrid, per preparare da fuori la riconquista del potere; non potendo presentarsi alle elezioni, candidò al suo posto, come "testa di legno", Hector J. Campora, il quale venne eletto presidente l'11 marzo 1973 e, come primo provvedimento, concesse la libertà a tutti i guerriglieri detenuti.
Il definitivo ritorno di Peròn fece risaltare in tutta la sua drammatica evidenza l'equivoco peronista. Il suo movimento era diviso in due schieramenti, che vedevano da una parte l'ala destra (conservatrice e contraria alle riforme sociali), composta anche da sindacalisti filogovernativi e corrotti, e dall'altra l'ala sinistra, comprendente tra gli altri i movimenti giovanili e studenteschi e i Montoneros. Il peronismo aveva quindi una doppia faccia ed era paragonabile ad una figura mitologica composta da due diversi animali, una testa fascista e un corpo operaio di sinistra.
Il 20 giugno del 1973 il ministro e segretario privato di Campora, Josè Lòpez Rega (ex poliziotto e astrologo esoterico, considerato una specie di stregone) fece collocare un contingente militare sul palco dove Peròn doveva tenere il suo primo discorso, nella piazza antistante l'aeroporto "Ezeiza" di Buenos Aires, nella quale affluì più di un milione di persone. Quando si avvicinarono le colonne della Gioventù peronista, dal palco venne aperto il filoco e la manifestazione si sciolse con un tragico bilancio di diversi morti e numerosi feriti. Peròn si schierò apertamente contro l'ala sinistra del suo movimento e costrinse Campora alle dimissioni. La presidenza "ad interim" venne assunta da Raùl Lastiri, genero di Lòpez Rega, che indisse nuove elezioni.
Il 23 settembre 1973 Peròn venne eletto presidente e la sua nuova moglie Isabelita (una ex ballerina) prese la carica di vice-presidente. Durante il comizio dell' 1 maggio 1974, Peròn criticò aspramente i Montoneros, definendoli ''imbecilli e imberbi'' e inducendoli ad 0abbandonare in massa la Plaza de Mayo. Questo episodio segnò una definitiva frattura all'interno del movimento peronista e determinò la radicalizzazione'dello scontro e l'intensificarsi delle azioni di guerriglia e di terrorismo.
Peròn morì l'1 luglio 1974 e al suo posto venne formalmente insediata Isabelita Peròn; in realtà le redini del Governo vennero prese da Lòpez Rega, il quale accenhlò il carattere autoritario del regime.
Da una parte entrò in azione la Triplice A (Alleanza Anticomunista Argentina, creata da Lòpez Rega sul modello degli squadroni della morte) che sequestrava e uccideva intellettuali e politici sospettati di essere legati alla opposizione armata; dall'altra vi erano i Montoneros, che tornarono alla clandestinità, perdendo il consenso popolare, e l'Erp, che aprì un fronte di guerriglia rurale nella provincia di Tucumàn. Isabelita Peròn firmò un decreto ordinando ai militari l'annientamento dei Montoneros e dei partigiani dell'Erp. Da parte dell'Esercito vi fu una violenta repressione, in conseguenza della quale i Montoneros subirono gravi perdite e l'organizzazione dell'Erp venne decimata all'esito di un disperato e fallito attacco ad una caserma di Buenos Aires.
Il Paese a questo punto entrò nel caos, in quanto il Governo di Isabelita Peròn si dimostrò fragile ed incapace di controllare l'economia e l'ordine pubblico.
Fu così che il 24 marzo 1976 i militari, con il consenso o quanto meno con l'indifferenza della popolazione argentina, promossero l'ennesimo colpo di stato e presero il potere. Isabelita venne imprigionata e ancora una volta vennero sciolti il Parlamento e la Corte suprema di giustizia. Della Giunta militare facevano parte i comandanti delle tre Forze Armate; quello dell'Esercito, Jorge Videla, venne nominato presidente.
Videla era fautore della linea ''moderata'', che voleva salvare la patria dal pericolo marxista e ristabilire l'ordine, senza usare i metodi cileni ostentatamente e pubblicamente violenti, ma agendo segretamente e cercando di guadagnare un certo consenso popolare. La Triplice A fu attiva fino al giorno del colpo di stato, dopodiché non apparve più pubblicamente e i suoi membri entrarono a far parte dei gruppi clandestini della dittatura.
All'interno delle singole unità delle Forze Armate e della sicurezza vennero organizzati campi di concentramento, dove venivano portate le persone sequestrate, sottoposte a torture e nella maggior parte dei casi eliminate. La conduzione delle operazioni, nell'ambito della cosiddetta "guerra sporca" (guerra sucia), venne affidata all'Esercito e venne anche stabilita la ripartizione delle giurisdizioni tra le diverse Forze; le vecchie gelosie esistenti tra di esse causarono però vari sconfinamenti, soprattutto da parte della Marina, al cui comando vi era l'ammiraglio Emilio Massera, che aveva ambizioni politiche e aspirava ad ereditare la "leadership" del peronismo.
Nel 1981 vi fu un rapido awicendamento di presidenti militari: a marzo il generale Roberto Viola subentrò a Videla e a dicembre il generale Leopoldo Galtieri prese il posto di Viola.
Nel 1982 la Giunta militare occupò le isole Malvine (Falkland), Georgia e Sandwich del Sud, che erano possedimenti inglesi sin dai primi decenni del secolo precedente. Per rientrarne in possesso, il Governo inglese di Margaret Thatcher inviò una poderosa flotta, dotata anche di sommergibili atomici; non potendo reggere il confronto, la flotta argentina venne subito ritirata e le truppe si arresero dopo pochi giorni di battaglia. Questo insuccesso causò la fine della dittatura militare; Galtieri venne deposto e si decise di indire le elezioni.
Nel settembre del 1983, peraltro, la Giunta proclamò un'autoamnistia per tutti i militari accusati di aver violato i diritti umani. Nell'ottobre dello stesso anno Raul Alfonsìn, il capo del partito radicale, vinse le elezioni con il 52% dei voti. Il nuovo Parlamento, come primo provvedimento, dichiarò nullo il decreto di amnistia.
Con decreto del 15 dicembre 1983 Alfonsìn nominò la Commissione Nazionale sulla Scomparsa di Persone (Conadep), allo scopo di far luce sulla violazione dei diritti umani e sulle scomparse di persone awenute nel Paese, chiamandovi a far parte personaggi illustri, scelti per il loro fermo atteggiamento nella difesa dei diritti umani e per la loro rappresentatività dei vari settori delle attività sociali (personalità del mondo della.ctlltura, giofnalisti, religiosi); presidente di tale Commissione venne eletto lo scrittore Ernesto Sàbato. Nel settembre del 1984 Sàbato consegnò al capo dello Stato la relazione finale, dando la prova che i diritti umani erano stati calpestati in modo organico ad opera delle istituzioni, certificando circa novemila casi di desaparecidos e ipotizzandone una cifra reale molto piu elevata.
Il Governo ordinò al Consiglio superiore delle Forze Armate di disporre il rinvio a giudizio dei membri delle Giunte militari, stabilendo che la Corte federale avrebbe potuto avocare il processo, qualora il rinvio a giudizio non fosse stato disposto entro sei mesi; I'ordine non venne però eseguito, in quanto l'organo di glustlzla mllltare non sl mostrò dlsponlblle a processare i propri pari.
Il processo venne allora svolto davanti alla magistratura ordinaria e il 9 dicembre 1985 la Corte federale condannò Videla e Massera alla pena dell'ergastolo e applicò la pena della reclusione per 17 anni a Viola, per 8 anni all'ammiraglio Armando Lambruschini e per 4 anni e ó mesi al brigadiere Ramòn Agosti. L'anno successivo la Corte federale confermò queste condanne, riducendo la pena di Viola a 16 anni e quella di Agosti a 3 anni e 9 mesi. La stessa Corte condannò poi rispettivamente a 25 e 14 anni di reclusione gli ex capi della polizia di Buenos Aires, il colonnello Ramòn Camps e il generale Pablo Ovidio Riccheri, a 23 anni l'ex vicecapo, il commissario Miguel Osvaldo Etchecolatz, a ó anni il medico Jorge Borgès e a 4 anni il caporale Norberto Cozzani.
Nel dicembre del 1986 Alfonsìn, temendo ripercussioni negative negli ambienti militari, ottenne dal Parlamento l'approvazione della legge del "Punto finale", con la quale venne concesso alla magistratura ordinaria il ristretto termine di 60 giorni (decorrenti dalla pubblicazione della legge) per decidere l'apertura di processi contro coloro che erano stati implicati nella violazione di diritti umani; dopo tale termine vi sarebbe stata l'estinzione dell'azione penale. Alla scadenza dei 60 giorni i magistrati riuscirono a rinviare a giudizio un numero di persone (quasi 400) nettamente superiore a quello Dlle poteva immaginarsi. Ciò provocò la reazione dei militari e nell'aprile del 1987 vi fu una sommossa, con occupazione della Scuola di fanteria, la più importante guarnigione militare dell'Argentina. Il presidente Alfonsìn riuscì a risolvere la situazione, scegliendo la strada del compromesso e ottenendo dal Parlamento, nel luglio del 1987, l'approvazione della legge della "Obbedienza dovuta", con la quale vennero esentati da colpevolezza coloro che avevano agito eseguendo Ull ordine superiore. Vennero così lasciati impuniti i quadri intermedi e cioè quei capi o quegli ufficiali che non erano stati comandanti delle Forze Armate o di zone o di sottozone né capi della polizia, in quanto si presumeva che non avessero avuto potere decisionale.
A maggio del 1989 venne eletto presidente Carlos Menem, il quale completò l'opera di "pacificazione", sancendo l'indulto per 216 militari, oltre che per 64 presunti sowersivi. Il 28 dicembre 1990 l'indulto venne concesso anche a Videla e Massera, che poterono così tornare in libertà, dopo aver scontato cinque anni di detenzione in una villa di proprietà dell'Esercito, dove potevano ricevere amici, praticare sport e usufruire della libera uscita durante i fine settimana. Dell'indulto beneficiarono non soltanto coloro che erano già stati condannati (il che sarebbe stato normale, poiché in Argentina, come in Italia, ad un prowedimento del genere consegue l'estinzione della pena e non del reato), ma anche coloro che erano stati posti sotto processo ma non ancora giudicati; e tra questi i generali Carlos Guillermo Suarez Mason e Santiago Omar Riveros, comandanti di zone militari.
2. L'azione repressiva della dittatura militare.
A) Metodi.
Dalle deposizioni di numerosi testimoni, esaminati nel corso dell'istruttoria dibattimentale, è emerso che il colpo di stato del 24 marzo 1976 venne programmato con largo anticipo e venne preceduto da una accuratissima operazione di disinformazione, intesa a diffondere nell'opinione pubblica (sia argentina che internazionale) la convinzione dell'assoluta necessità di ristabilire l'ordine e di sconfiggere il terrorismo.
Come ha riferito il teste Enrico Calamai, si volle soprattutto evitare di ripetere gli errori commessi da Pinocllet in Cile, dove i militari "nella loro arroganza fecero spettacolo della violenza e della ferocia con cui si reprimeva il popolo. Non ci furono a Buenos Aires gli stadi pieni di detenuti, non ci fu il bombardamento del palazzo presidenziale, così tragicamente evidenziato dalla morte del presidente eletto dal popolo, come a Santiago; non ci furono carri armati per le strade; la città sembrava normale, le operazioni si facevano con camion e macchine senza targa, di notte, con uomini in borghese. Nacque così l'idea strategicamente brillante dei desaparecidos, cioè quella di far scomparire nel nulla le persone prelevate; il che da una parte paralizzava la famiglia, che continuava a sperare che la persona ritornasse e non voleva renderne piu difficile la situazione, ma dall'altra toglieva ogni evidenza iconografica all'informazione, ai "media"; la mancanza di immagini metteva in dubbio l'esistenza stessa della repressione".
Gli argentini, come ha sottolineato il teste Italo Moretti, vollero tener conto della lezione cilena. Quello cileno "fu un golpe trasmesso praticamente in diretta, nel senso che le cose avvenivano alla luce del sole, ... si vedevano sequestrare le persone, ... si poteva visitare uno stadio, che poi è diventato un po' il simbolo della dittatura cilena, dove settemila persone erano recltlse sugli spalti, altrettante ve ne erano negli spogliatoi e venivano torturate, e tutto ciò veniva offerto alla vista della stampa internazionale". Gli argentini, invece, "fin dal primo momento operano nella clandestinità, nel buio e nel silenzio. E quindi vivere a Buenos Aires nei giorni del golpe è vivere in una città normale, dove la sera si va a sentire il tango, dove si mangia nei ristoranti ... La notte i ritrovi sono aperti fino all'alba, ma la notte Polizia, Marina, Esercito e Aviazione sequestrano, trasferiscono le loro vittime nei luoghi clandestini di tortura ... e cominciano a massacrare. Quindi ecco la grande differenza, gli argentini capiscono che debbono nascondere le atrocità che stanno commettendo e, perché queste atrocità siano maggiormente nascoste, essi nell'atto del sequestro la prima cosa che fanno, dopo aver praticato le prime violenze sul sequestrato, trascinando via anche il cosiddetto bottino di guerra, cioè rubando tutto quello che si poteva rubare alla vittima, lanciano un monito ai familiari e dicono: "se lo vuoi rivedere vivo stai zitto". Quindi si fa conto anche sul terrore che viene preso dai familiari delle vittime, sicché la gente non ne parla, non ne parlano gli interessati; solo dopo un po' di tempo avranno il coraggio di recarsi presso gli organismi dei diritti umani".
Nella prefazione di Claudio Tognonato al libro "Il volo" di Horacio Verbitsky la situazione viene lucidamente descritta e appare utile riportarne testualmente alcuni passi.
"Il 24 marzo 1976 il potere passò ai militari senza nesstln incidente. Vennero sospese le attività dei partiti politici e dei sindacati, ma si fece sapere clle queste erano misure transitorie e che la Giunta militare aveva come obiettivo il rafforzamento della strutttlra democratica del Paese. Gli argentini avrebbero dovuto abituarsi a questo paradosso. Debole, quasi formale, comunque attendista, fu la reazione internazionale. Sembrava evidente che Videla 11011 era Pinochet così come Isabel Peròn non era Salvador Allende. Il paragone con il caso cileno non è di grande aiuto. Purtroppo la condanna internazionale sarebbe arrivata troppo tardi. La Giunta militare volle eliminare tutti i suoi nemici senza che si diffondesse la coscienza di tale annientamento. Fu inventata una strategia rivoluzionaria: niente arresti di massan niente carceri, niente fucilazioni né assassini clamorosi come quelli della Triplice A. Gli oppositori sarebbero stati sequestrati da gruppi non identificati, caficati su vetture senza targa e fatti scomparire. Ebbe così inizio, lentamente, il più grande genocidio della storia argentina. I sequestri furono sempre più frequenti e si ripetevano sempre secondo le stesse modalità. Non erano gruppi incontrollati dell'estrema destra, come voleva far credere la Giunta, ma vi era una struttura centrale che li coordinava. Le operazioni venivano compiute nei posti di lavoro delle persone segnalate o per strada in pieno giorno, mediante un piano che richiedeva la "zona franca" da parte delle forze di Polizia. Le loro volanti che, specialmente dopo il colpo di stato erano presenti un po' dappertutto, stranamente non videro mai niente, anche se i sequestri si consumavano a poca distanza dal commissariato. Ma la stragrande maggioranza dei sequestri aweniva di notte in casa delle vittime. Il commando occupava la zona circostante ed entrava nelle case facendo uso della forza. Terrorizzava e imbavagliava perfino i bambini obbligandoli a essere presenti. La vittima veniva catturata, brutalmente colpita e incappucciata, poi trascinata fino alle macchine che aspettavano mentre il resto del gruppo rubava tutto quello che poteva (in alcuni casi arrivavano perfino dei camion) o distruggeva quello che non poteva portarsi via, picchiando e minacciando il resto della famiglia. Anche nei casi in cui i vicini o i parenti riuscivano a dare l'allarme, la Polizia non arrivava mai. Si incominciò così a capire l'inutilità di sporgere denuncia. La maggioranza della popolazione era terrorizzata e non era nemmeno facile trovare testimoni. Nessuno aveva visto nulla. In questo modo migliaia e migliaia di persone diedero forma a una fantasmatica categoria, quella dei desaparecidos. Nessun interrogativo trovò una risposta: la Polizia non aveva visto nulla, il Governo faceva finta di non capire di che cosa si stesse parlando, la Chiesa non si pronunciava, gli elenchi delle carceri non registravano le loro detenzioni, i magistrati non intervenivano. Intorno ai desaparecidos si era alzato un muro di silenzio. Con i diritti avevano perso anche l'esistenza civile. Dal momento in cui avveniva il sequestro La persona restava totalmente isolata dal mondo esterno. Depositata in uno dei numerosi campi di concentramento o in luoghi intermedi di detenzione`dove veniva sottoposta a torture infernali, e lasciata all'oscuro della propria sorte. Alcuni venivano perfino abbandonati dalla famiglia, che sotto la pressione di continue minacce, ricatti e richieste di denaro, viveva nel terrore di rappresaglie e qualche volta fiduciosa che il silenzio, richiesto dai militari, fosse il miglior modo per ottenere qualche informazione. Nei centri clandestini di detenzione veniva sistematicamente applicata la tortura. Le "sessioni" erano sorvegliate da un medico che controllava i limiti di tolleranza della vittima e determinava il proseguimento o la momentanea sospensione della tortura se la vittima non era in grado di reggerla. La valutazione preventiva per capire se la persona da sequestrare o sequestrata avesse qualcosa da dire d'interessante per i sequestratori era pressoché inesistente. Questo metodo indiscriminato portò al sequestro e alla tortura degli oppositori ma anche dei loro familiari, amici, colleghi cli lavoro e di Ull numero rilevante di persone senza alcun tipo di pratica politica o sindacale. Bastava molto poco per essere considerato sospetto. Il prigioniero poteva morire sotto tortura, essere filcilato o gettato in mezzo all'oceano. Il suo cadavere sarebbe stato forse sepolto nelle tombe comuni di cimiteri clandestini, cremato o buttato in fondo al mare con un blocco di cemento ai piedi. Anche se la dittatura militare aveva modificato il codice penale introducendo la pena capitale, ufficialmellte non ci fu nessuna condanna a morte. Nonostante le migliaia di vittime, non fu eseguita in nessun caso una sentenza giudiziaria né civile né militare. Non fu quindi rispettata nemmeno questa precaria legalità che lo stesso regime aveva stabilito. Passavano così i giorni, i mesi gli anni, senza avere mai nessusa notizia, trovando sempre risposte negative. Nessuno pareva sapere niente di loro. Erano scomparsi"
Nella relazione finale della Conadep, pubblicata con il titolo Nunca mas (in italiano "mai più", parole conclusive della requisitoria del pubblico ministero Julio Cesar Strassera nel processo ai vertici militari), si legge che dalle migliaia di testimonianze raccolte dalla Commissione poté individuarsi con certezza la metodologia sistematicamente usata nell'attività di repressione.
Di tale relazione, al cui contenuto si è riportata la teste Magdalena Ruiz Guizanu (che della stesa Conadep fu autorevole componente), appare opportuno riportare testualmente alcuni dei passi più significativi, considerando che dagli stessi emergono fatti che, in massima parte, hanno trovato puntuale riscontro nelle dichiarazioni dei numerosi testimoni esaminati nel corso del dibattimento.
"Le operazioni di sequestro avevano luogo di notte inoltrata o all'alba, generalmente negli ultimi giorni della settimana, per disporre così di un certo tempo prima che i familiari potessero prendere qualche iniziativa. Normalmente una patota, gruppo formato da cinque o sei persone, irrompeva nella casa. I membri della patota erano sempre provvisti di un voluminoso arsenale, sproporzionato rispetto alla supposta pericolosità delle vittime. Con armi corte e lunghe minacciavano le vittime, i loro familiari e i vicini di casa. L'intimidazione ed il terrore avevano come scopo non solo di bloccare le vittime dell'aggressione, ma miravano anche ad ottenere un atteggiamento passivo da parte dei vicini. In molti casi fu bloccato il traffico, venne tolta la luce elettrica, si utilizzarono megafoni, riflettori, bambe, granate, in misura assolutamente sproporzionata rispetto alle necessità dell'intervento. Le patotas portavano a termine le operazioni a faccia scoperta, sia nella capitale federale, che nei grandi centri urbani, poiché il loro anonimato era garantito da milioni di facce della città. Nelle province, dove sarebbe stato più facile identificarli, dato che qualche sequestratore avrebbe potuto essere un vicino di casa della vittima, dovevano nascondersi i volti. Si presentavano, quindi, indossando passamontagna, cappucci, parrucche, baffi finti, occhiali, ecc.".
"Quando la patota doveva effettuare un'operazione, portava con sé il permesso di "luce verde" (o "zona libera"). Così se qualche persona si fosse posta in contatto con l'ufficio di polizia più vicino o con la centrale operativa per chiedere il loro intervento, gli sarebbe stato risposto che erano al corrente del fatto, ma che erano impossibilitati ad agire".
"Quando c'erano dei bambini nella famiglia che ra "succhiata" (chupada) la repressione poteva procedere in vari modi: i bambini venivano affidati a qualche vicino di casa o consegnati a qualche istituto infantile o sequestrati e poi adottati da qualche aguzzino o consegnati direttamente ai familiari della vittima o abbandonati alla loro sorte oppure, infine, trasportati allo stesso Centro Clandestino di Prigionia (CCD), dove dovevano assistere alle torture a cui erano sottoposti i loro genitori o dove erano sottoposti loro stessi a torture in presenza dei genitori".
"Nei casi in cui il gruppo di sequestratori non rintracciava le vittime nel loro domicilio, metteva in atto la tecnica chiamata "trappola per topi"; rimanevano cioè nella casa fino a quando il ricercato non cadeva nella trappola. In tali situazioni l'operazione di sequestro si prolungava per ore o per giorni, con il cambio della guardia. In questi casi i parenti erano presi come ostaggi e sottoposti a brutali pressioni ed angherie. Se per caso qualcuno si presentava alla porta di casa, anche questi era trattenuto come ostaggio. Nel caso in cui la vittima designata non fosse comparsa, i sequestratori potevano portarsi via le vittime secondarie (parenti ed abitanti della casa)".
"I furti commessi nel domicilio dei sequestratori erano considerati dalle forze che intervenivano come "bottino di guerra". Questi saccheggi erano compiuti, di solito, durante l'operazione di sequestro, però, frequentemente, avvenivano durante un'incursione successiva, nella quale un altro gruppo si occupava dei beni delle vittime. Anche in questi casi la polizia della zona corrispondente era stata avvisata affinché non intervenisse e non accogliesse le denunce relative di sequestro e furto".
"Con il trasferimento del sequestrato al CCD finisce il primo anello di una tenebrosa catena. Minacciati ed ammanettati, i prigionieri vengono sistemati sul fondo della parte posteriore della macchina o nel bagagliaio, aggiungendo allo spavento la sensazione d'isolamento e di morte. Lo scopo era di far sì che il terrore non si stendesse oltre la zona nella quale si realizzava l'operazione".
"In tutti i sequestri le vittime erano private della possibilità di vedere. Nel linguaggio degli aguzzini, si chiamava tabicamiento l'azione di mettere alla vittima il tabique o elemento che toglie la possibilità di vedere. Tale azione era compiuta nel posto stesso in cui avveniva il sequestro. A tale scopo si potevano usare bendi o pezzi di stoffa che gli stessi sbirri portavano con sé o indumenti delle vittime".
"In quasi tutte le denunce ricevute dalla Commissione risultano atti di tortura. La tortura fu un elemento importante della metodologia impiegata. I CCD furono pensati, tra l'altro, per potere praticare impunemente la tortura. L'esistenza e l'estensione delle pratiche di tortura impressionano per l'immaginazione usata, per la personalità degli esecutori e di coloro che l'hanno approvata, usandola come metodo. Alla tortura fisica che veniva praticata fin dal primo momento, si aggiungeva la tortura psicologica che continuava durante tutta la prigionia, anche dopo la sospensione degli interrogatori e dei tormenti corporei. A tutto questo si aggiungevano vessazioni e bassezze illimitate".
"I centri di detenzione, che furono circa 340 in tutto il Paese, costituirono la base materiale indispensabile per la politica di scomparsa delle persone. Di lì passarono migliaia di uomini e donne, privati illegalmente della libertà, per periodi che durarono anni o dai quali non sono più tornati. Lì vissero la loro desapariciòn; lì si trovarono quando le autorità rispondevano negativamente alle richieste d'informazione nei ricorsi di habeas corpus; lì trascorsero i loro giorni alla mercè di uomini dalla mente sconvolta dalla pratica della tortura e dello sterminio; nel frattempo le autorità nazionali che frequentavano tali centri rispondevano all'opinione pubblica nazionale ed internazionale affermando che gli scomparsi si trovavano all'estero o che erano rimasti uccisi durante rese di conti tra di loro. Le caratteristiche fisiche di questi centri, la vita quotidiana al loro interno, rivelano che furono pensati, prima ancora che per dar morte alle vittime, per sottoporle a un minuzioso e programmato annientamento degli attributi propri di ogni essere umano. Entrare in quei centri significò sempre smettere di essere: a tal fine si cercò di distruggere l'identità dei prigionieri, si modificarono i loro punti di riferimento spazio-temporali, furono maltrattati i loro corpi e le loro menti oltre ogni limite immaginabile. Tali centri furono clandestini per l'opinione pubblica, i familiari e gli amici delle vittime, in quanto le autorità negarono sempre, in forma sistematica, ogni informazione sulla sorte dei sequestrati di fronte alle richieste giudiziarie e degli organismi nazionali ed internazionali dei diritti umani. Però è evidente che la loro esistenza e il loro funzionamento furono possibili solo grazie ai mezzi economici ed umani forniti dallo Stato, e che tutti, dalle più alte autorità militari all'ultimo membro dei Servizi di Sicurezza che fu parte di questo sistema repressivo, fecero di questi centri la loro base operativa. Tutto ciò fu permanentemente negato, poiché il Governo militare si servì, anche per questo, del controllo abusivo che esercitava sui mezzi di comunicazione di massa, trasformati in organismi di confusione e di disinformazione dell'opinione pubblica".
"Quanto alla loro origine, in alcuni casi si trattava di centri che già prima funzionavano come centri di detenzione. In altri casi si trattava di locali civili, edifici della polizia e, anche, centri delle stesso Forze Armate adattati appositamente perché funzionassero come CCD. Tutti dipendevano dall'autorità militare che aveva la giurisdizione della zona".
"La desapariciòn aveva inizio con l'entrata in questi centri, perché veniva soppresso ogni contatto con l'esterno. Da qui deriva la denominazione di "pozzi" che veniva data a questi antri nel gergo repressivo. Non si trattava solo della privazione della libertà, senza nessuna comunicazione ufficiale, ma di una sinistra forma di prigionia, che portava la vita quotidiana alle forme più basse di crudeltà e pazzia".
"Il sequestrato arrivava incappucciato, tapicado, e così restava durante tutto il periodo di permanenza nel luogo; ciò gli faceva perdere la nozione dello spazio, privandolo così non solo di ogni contatto con il mondo esterno al "pozzo", ma anche con ogni oggetto immediato, oltre il corpo. La vittima poteva essere aggredita in qualsiasi momento, senza nessuna possibilità di difesa. Doveva imparare un nuovo codice di segni, rumori e odori per poter indovinare se si trovava in pericolo o se la situazione era tranquilla. Questa fu una delle torture inflitte, secondo le coincidenti testimonianze ricevute dalla Commissione".
"Nei CCD si usavano numeri per identificare i prigionieri. A volte erano preceduti da lettere, come forme per sopprimere l'identità dei sequestrati. Si ordinava loro che ricordassero i numeri, appena entravano nel CCD, perché con quelli sarebbero stati chiamati per andare al gabinetto, alle sessioni di tortura e per essere trasferiti. Questo sistema non solo serviva per far perdere la propria identità al prigioniero, ma aveva anche lo scopo che nessuno, né guardie, né carcerieri, lo conoscesse, in modo da impedire che trapelassero all'esterno i nomi dei detenuti".
"I CCD furono innanzitutto dei centri di tortura, disponendo di personale "specializzato" ed ambienti adatti a tale scopo, chiamati eufemisticamente "chirofani", oltre a una serie di strumenti utilizzati nelle diverse tecniche di tormento. Le prime sessioni di tortura volevano ottenere un ammansimento del nuovo arrivato ed erano affidate a personale generico. Appena si era stabilito che il detenuto poteva offrire qualche informazione interessante, iniziavano le sessioni dirette da aguzzini specializzati. Ciò significa che non si arrivava a una previa valutazione per stabilire se il sequestrato avrebbe potuto fornire elementi interessanti. A causa di questa metodologia indiscriminata, furono sequestrati e torturati membri dei gruppi armati, i loro familiari, amici o compagni di studio o lavoro, militanti di partiti politici, sacerdoti o laici impegnati nella problematica dei poveri, attivisti studenteschi, sindacalisti, dirigenti di quartiere e, in un elevato numero di casi, persone senza nessun tipo d'impegno sindacale o politico. Era sufficiente apparire in una rubrica telefonica per diventare immediatamente il bersaglio dei tristemente celebri "gruppi di lavoro". Si spiega così come molti torturati accusassero a caso altre persone, pur di far sospendere la tortura".
"Nella maggior parte dei casi, le reclute non prendevano parte alle attività dei CCD. Neppure partecipava la totalità del personale militare o di sicurezza. La consegna fu di mantenere i CCD come una struttura segreta. Il personale scelto per effettuare la guardia in tali centri era composto da effettivi della Gendarmeria Nazionale, del Sistema Penitenziario Federale o della Polizia, sempre sotto il comando di ufficiali delle Forze Armate".
"Le condizioni durante il tempo di prigionia erano penose. I sequestrati rimanevano stretti su materassini sudici di sangue, orina, vomiti e sudorazioni. In qualche caso, dovevano fare le loro necessità fisiologiche in secchi, che poi venivano vuotati; altre volte non si dava loro neppure dei recipienti e quindi eran costretti a farle per terra. I detenuti dovevano chiedere il permesso alle guardie, le quali aspettavano che fossero molti ad alzare la mano, perché li portavano al gabinetto solo due volte al giorno. Erano portati in "trenino", stretti alla cintura o alle spalle di chi li precedeva, visto che non veniva loro tolto il cappuccio. Ciò si ripeté in quasi tutti i campi, con molte somiglianze, e costituiva uno dei momenti in cui le guardie approfittavano per soddisfare i propri impulsi sadici, colpendo indiscriminatamente i detenuti. Questi, fossero uomini o donne, dovevano fare la doccia o compiere le proprie necessità fisiologiche alla presenza dei carcerieri. In alcuni campi i prigionieri facevano la doccia in gruppo, rimanendo incappucciati. L'igiene nei gabinetti e nelle celle dipendeva dal buono o cattivo umore dei carcerieri. Ci furono casi in cui le donne furono obbligate a pulire gli orinatori degli uomini con le mani. Questa mancanza estrema di igiene portava con sé la conseguenza che i detenuti si riempivano di pidocchi, e qualche volta venivano aspersi con insetticidi, come fossero bestie".
"In questi centri di prigionia la parola "trasferimento" era associata all'idea di morte. I "trasferimenti" erano vissuti dai detenuti con orrore e con speranza, allo stesso tempo. Si diceva loro che sarebbero stati portati ad altri centri o fattorie in cui avrebbero ripreso le loro condizioni fisiche, allo scopo d'evitare resistenze. Ignoravano dove darebbero stati condotti, se ad un altro centro o alla morte, ciò che generava una paura continua e profonda. Per i "trasferimenti" i detenuti erano generalmente spogliati dei loro vestiti e scarsi oggetti, che poi venivano bruciati. A volte venivano fatte loro delle iniezioni per intontirli. Si cercava di calmarli dando loro speranze di una remota possibilità di vita, sentimento che diventava assai forte per il solo fatto d'essere circondati di morte ed orrore. Si sono raccolte numerose testimonianze circa il trattamento che veniva riservato a coloro che sarebbero poi apparsi come "morti in scontri". Tali prigionieri, alcuni giorni prima di essere fucilati, ricevevano una migliore alimentazione, con migliore trattamento igienico, erano invitati a farsi una doccia, perché sarebbe stato difficile spiegare all'opinione pubblica l'apparizione di "estremisti abbattuti in scontri" presentando cadaveri magri, torturati, barbuti e pezzenti. Ciò costituiva una crudeltà inimmaginabile, visto che creava speranze di vita nell'individuo, proprio quando il suo destino era la morte".
"Nella maggioranza dei grandi centri di prigionia le autorità ottennero, mediante tortura, diverse forme di collaborazione da alcuni detenuti. Crearono con loro dei gruppi che, spesso, come corpi ausiliari, compivano attività di manutenzione e amministrazione dei CCD o, in minor grado, funzioni direttamente collegate alla repressione. Così molti uscivano a lanchear, che nel gergo della repressione significa percorrere la città con i catturatori per identificare lungo la strada altri membri del proprio gruppo politico; furono denunciati casi in cui membri di tali gruppi politici intervennero direttamente nell'applicazione di torture ad altri detenuti".
"Nel corso dell'attività della Commissione è stato affrontato il tema della morte. La morte come conseguenza della tortura, delle scariche elettriche, dell'immersione, del soffocamento; la morte di massa, collettiva o individuale; la morte premeditata; la morte come conseguenza di lancio in mare, di fucilazione.
In Argentina, per tradizione, il diritto positivo ha sempre escluso la pena di morte. Durante il governo militare, tale diritto fu ignorato e la pena di morte fu inclusa nella legislazione penale. Il provvedimento fu giustificato con l'argomento che era necessario prevenire i più gravi delitti della sovversione. Anche così, ci fu un rifiuto istintivo alla sua applicazione. Si pensò che con la sua introduzione si potesse dissuadere gli antosociali dal consumare i peggiori delitti, o che il giudizio previo dei tribunali militari avrebbe limitato la sua applicazione, infliggendola solo in casi eccezionali. Nessun Consiglio di guerra, infatti, inflisse tale terribile condanna. Ma la realtà fu ben altra. Ci furono migliaia di morti. Nessun caso fu deciso dai tribunali civili o militari; nessuno fu conseguenza di una sentenza. Detto in termini tecnici, si trattò sempre di omicidi "qualificati". omicidi mai indagati in forma approfondita e dei quali non furono mai puniti in alcun modo i responsabili. In conclusione, il regime che considerò indispensabile modificare la tradizione giuridica, introducendo nella legislazione la pena capitale, mai ne fece uso".
B) Obiettivi
Il teste Enrico Calamai ha evidenziato che il "golpe" aveva come obiettivo il raggiungimento della pace sociale, dell'ordine e della stabilità, attraverso l'eliminazione di qualunque possibile oppositore: sindacalisti, intellettuali, studenti, soprattutto i giovani, i quali, "per il fatto di essere giovani già erano sospettati di collusione con la lotta armata, al di là di qualunque credibilità".
Il teste Italo Moretti ha poi precisato che le Forze Armate studiarono bene "un piano per sterminare tutti gli oppositori, oppositori anche ideologici; questa è l'anomalia della tragedia argentina, non gli oppositori in armi, ma chi dissentiva sul piano economico, sul piano sociale; chi faceva il catechismo nelle borgate era considerato un sovversivo; in quanto tale veniva sequestrato e ucciso, perché frequentare i poveri era sovversione".
Il teste Horacio Verbitsky ha poi detto, in chiave di paradosso, cosa si intendeva per sovversivi e chi bisognava perseguire: "primo, i sovversivi; secondo, quelli che simpatizzavano con i sovversivi, terzo, gli amici di quelli che simpatizzavano con i sovversivi; quarto, 'quello che a me piace, perché io sono il capo'".
Sul fatto che tra le categorie maggiormente colpite dall'attività repressiva della dittatura militare vi fosse in primo luogo quella dei sindacalisti, hanno deposto numerosi testimoni. Tra questi Victor Roberto De Gennaro, attuale Segretario generale della Centrale dei lavoratori argentini, il quale ha riferito che le Forze Armate, d'intesa con i maggiori gruppi economici, si prefiggevano di "rompere la presenza della parte lavoratrice del popolo, che a quel tempo portava avanti un processo di democratizzazione sindacale, di miglioramento della qualità di vita dei lavoratori e del popolo in generale"; nelle principali fabbriche del Paese vennero pertanto licenziati o sequestrati, torturati e anche uccisi i dirigenti e i delegati dei sindacati democratici (che si contrapponevano ai sindacati filogovernativi) e un gran numero di lavoratori in qualche modo coinvolti in attività sindacale.
In senso conforme hanno testimoniato Jorge Eduardo Velarde, Luis Benencio, Juan Sosa Zarate (all'epoca dipendenti dei cantieri navali Astarsa e compagni di lavoro di Martino Mastinu, una delle parti lese di questo processo).
Josè Luis Garcia (colonnello dell'Esercito argentino in congedo) ha ribadito che venivano considerati oppositori del regime non soltanto coloro che facevano parte dei gruppi organizzati per la guerriglia e, in genere, per la lotta armata, ma anche tutte le persone che avevano una ideologia sociale o che aiutavano i poveri.
Ciò è stato confermato da Ramon Torres Molina (all'epoca pubblico ministero del Tribunale Superiore e attualmente deputato del Parlamento argentino), il quale ha precisato che le persone perseguitate appartenevano a tutti i settori sociali: generalmente appartenevano all'area del peronismo e della sinistra, ma vi erano anche coloro che non avevano alcuna militanza politica e avevano soltanto qualche amico che aveva svolto attività politica; e a volte venivano prese persone i cui nomi venivano riscontrati in agendine di quelli che erano stati in precedenza sequestrati.
Eugenio Raul Zaffaroni (all'epoca giudice federale, poi sottosegretario alla Giustizia e oggi docente di diritto penale) ha dichiarato che tra i desaparecidos vi furono più di 120 avvocati, i quali, nella quasi totalità, vennero sequestrati no n per la loro militanza politica, ma perché avevano firmato gli habeas corpus, cioè le istanze presentate presso i luoghi legali di detenzione per accertare la presenza di una persona, di un corpo. Ha poi aggiunto che oggetto di persecuzione furono anche molti ebrei (coerentemente con una tradizione antisemita da tempo presente nelle Forze Armate e, in genere, nella società argentina) e tra di essi, in particolare, gli psicologi e gli psicanalisti.
Analoghe dichiarazioni sono state rese da Eduarlo Lui Duhalde (all'epoca avvocato e attualmente giudice della Corte di assise di Buenos Aires), il quale ha indicato, tra le persone prese di mira dalla dittatura, oltre agli avvocati, ai sindacalisti e agli studenti, anche i giornalisti, ed ha precisato che solo il 15% dei desaparecidos, calcolati complessivamente in circa 30.000, potevano considerarsi sovversivi.
Nello stesso senso si è espresso Julio Cesar Strassera, che svolse le funzioni di pubblico ministero nel processo a carico di Videla e degli altri membri delle Giunte militari.
Maria Laura Bretal (all'epoca educatrice in un giardino d'infanzia e oggi sociologa presso l'amministratore provinciale di Buenos Aires), nel parlare della propria vicenda personale e dell'illegale detenzione da lei stessa subita, ha affermato che tutto ciò che riguardava la sociologia e l'educazione dei bambini veniva considerata attività sovversiva.
luis Moreno Ocampo, altro pubblico ministero del processo ai membri delle Giunte, ha riferito che molti genitori vennero sequestrati solo perché erano andati a chiedere cosa fosse accaduto ai loro figli.
Adolfo Esquivel Perez (all'epoca docente presso la facoltà di architettura di La Plata e rappresentante di un'organizzazione ecumenica laica per la difesa dei diritti umani, premio Nobel per la pace), infine, nel raccontare del sequestro e delle violenze che egli stesso aveva subito, ha detto che il genocidio in Argentina interessò tutti i settori sociali e la guerriglia fu presa come scura per aggredire tutto il corpo sociale, tant'è che vennero fatti scomparire molti giovani che lavoravano con i settori più poveri e con gli emarginati e non avevano nulla a che fare con la lotta armata, e vennero uccisi persino diversi sacerdoti e ragazzi di soli 13 o 14 anni (colpevoli di aver manifestato per ottenere una riduzione sui biglietti degli autobus per recarsi a scuola).
C) Reazioni
Come si è visto, il colpo di stato giunse in un momento di profonda crisi economica e politica, allorché nella popolazione argentina era diffuso un desiderio di maggiore ordine sociale, essendosi intensificate le azioni terroristiche e di guerriglia da parte dei gruppi organizzati per la lotta armata. Inizialmente vi era quindi un certo consenso o quanto meno, da parte di molti, la convinzione della inevitabilità di un "golpe", poiché non ci si rendeva effettivo conto della situazione e delle atrocità e delle tragedie che si sarebbero consumate.
Il teste Italo Moretti ha sottolineato che "c'era anche un atteggiamento di scetticismo da parte di vasti settori della popolazione… se il vicino di casa veniva sequestrato ed essi lo venivano a sapere, commentavano con una frase che è diventata un po' significativa dell'indifferenza che per anni ha accompagnato la repressione e l'ha resa possibile: "se l'hanno preso qualcosa avrà commesso". Quindi c'è stata tutta una cornice di complicità oggettiva … la tacita approvazione o l'indifferenza della maggior parte della popolazione argentina".
Nel libro di Horacio Verbitsky si legge che "debole, quasi formale, comunque attendista, fu la reazione internazionale". Soltanto nel 1979 la Commissione interamericana dei diritti umani dell'Organizzazione degli Stati americani (Osa) fece una visita in Argentina e solo l'anno successivo pubblicò una relazione finale denunciando che le migliaia di desaparecidos erano state assassinate dalle forze governative e dando per certo l'uso sistematico della tortura.
Da parte di qualcuno, si è detto che anche la Chiesa cattolica non prese una decisa e ferma posizione di condanna.
Il teste Enrico Calamai, infatti, ha riferito che, se da un lato diversi sacerdoti vennero perseguitati per il loro impegno a favore dei poveri e dei bisognosi, dall'altro le alte gerarchie ecclesiastiche (seguendo la logica millenaria, secondo cui la Chiesa deve essere sempre presente, qualunque sia il metodo di gestione del potere) preferirono tenere un atteggiamento "pilatesco" (caratterizzato anche da private frequentazioni del Nunzio apostolico con personaggi in vista della Giunta militare).
Il teste Moretti, nel parlare del quadro di complicità del quale beneficiarono i militari argentini, ha ricordato che nel 1978 l'ammiraglio Massera venne ricevuto dal papa Paolo VI in un'udienza in Vaticano; e che il cardinale Carlo Aramburu, nel corso di un'intervista tenuta a Roma nel 1982, arrivò al punto di convalidare la falsa tesi, sostenuta pubblicamente dal Governo argentino, secondo cui una gran parte dei desaparecidos vivevano all'estero o clandestinamente nel loro stesso Paese.
Nel libro "Il volo" si legge che l'arcivescovo monsignor Adolfo Tortolo, quando nel 1975 vennero inflitte gravi perdite ai Montoneros in occasione del loro fallito attacco ad una guarnigione militare, annunciò ad un pubblico di imprenditori che si stava avvicinando un processo di purificazione; e nel 1976, dopo il colpo di stato, in una riunione dell'Episcopato, difese la tortura con argomenti teologici. Nello stesso libro si legge, altresì, che nel 1979, in occasione della visita della Commissione dei diritti umani, i prigionieri dell'Esma vennero nascosti in un campo di concentramento clandestino provvisoriamente allestito su un terreno di proprietà ecclesiastica, in un'isola nel delta del Paranà, destinata al relax settimanale del cardinale Aramburu.
Si è sostenuto, inoltre, che una adeguata presa di posizione, nei riguardi della vicenda dei desaparecidos, che pure interessava un gran numero di cittadini italiani, non si ebbe neppure in Italia, dove l'attenzione politica era distratta dal terrorismo dilagante in quegli anni.
Atale proposito, il teste Moretti ha fatto presente che tra i due paesi vi erano rilevanti rapporti economici (essendo l'Argentina interessata, tra l'altro, all'acquisto di armi e di imbarcazioni militari) e che assai stretti erano i legami tra alcuni capi militari argentini e la Massoneria deviata di Licio Gelli. Ha poi affermato che l'ammiraglio Massera (dal quale dipendeva l'Esma, uno dei più famosi luoghi di tortura e di repressione) era stato appoggiato da Gelli nella sua nomina al comando della Marina e, in cambio, quando entrò a far parte della Giunta, si adoperò per far aprire in brevissimo tempo a Buenos Aires gli sportelli del Banco Ambrosiano, che era in mano alla P2; e lo stesso Massera, quando andò in congedo e si diede alla politica, venne ancora appoggiato e finanziato dal Banco Ambrosiano. Il teste ha sostenuto, infine, che alla P2 apparteneva anche Carlos Guillermo Suarez Mason, comandante del I corpo dell'Esercito; e che l'esistenza di questi legami poteva dare una spiegazione del perché la tragedia argentina non avesse trovato il giusto spazio sulla stampa italiana e, in particolare, su giornali come "Il Corriere della Sera", che in quel tempo era controllato dalla P2.
Un atteggiamento di indifferenza e di silenzio, secondo quanto riferito dal teste Calamai, venne tenuto anche dall'ambasciatore d'Italia a Buenos Aires, il quale accolse l'invito dei militari a negare l'asilo politico alle persone ricercate, come se effettivamente si trattasse di delinquenti comuni, oggetto di normali operazioni di polizia.
La teste Angela Boitano, confermando quanto sostenuto dal Calamai, ha dichiarato che un ben diverso comportamento venne tenuto, invece, dai funzionari del Consolato italiano, i quali si adoperarono in tutti i modi per fare aiuto ai cittadini italiani perseguitati dal regime militare.
3) Le testimonianze su omicidi, sequestri e torture
Durante l'istruttoria dibattimentale hanno deposto davanti a questa Corte numerosi familiari di desaparecidos, i quali, con comprensibile partecipazione emotiva, hanno raccontato le loro drammatiche storie. Sono state sentite anche diverse persone che hanno subìto personalmente sequestri, illegali detenzioni e torture e che hanno avuto la fortuna di riacquistare la libertà e di salvare la vita. Tutti hanno puntualmente confermato la metodologia dell'azione repressiva, negli stessi termini della relazione della Conadep, della quale si è riportata una fedele sintesi.
La prima ad essere ascoltata è stata Angela Boitano, rappresentante dell'associazione delle madri di plaza de Mayo, la "madri coraggio" che per anni si sono battute per accertare la verità sulla scomparsa dei loro figli. La donna ha riferito di aver subìto, ad opera della dittatura militare, la perdita dei suoi unici figli: Michelangelo e Adriana Silvia. Il primo, studente di architettura, delegato studentesco, militante nella gioventù universitaria peronista, venne sequestrato il 29 maggio 1976; da allora non seppe più nulla di lui. Quando apprese del sequestro, si rivolse ad un suo cugino ammiraglio di Marina, cercando inutilmente di avere notizie. Per diverso tempo non presentò denunce né richieste di habeas corpus, poiché sperava che il cugino potesse rintracciare Michelangelo e temeva che ogni diversa iniziativa potesse peggiorare la situazione. Il 24 aprile 1977, sotto i suoi occhi, le venne sottratta pure Adriana Silvia, studentessa della facoltà di lettere, anch'ella appartenente alla gioventù universitaria peronista. La ragazza stava uscendo in sua compagnia da una chiesa di Buenos Aires, quando venne presa per le spalle da due uomini in borghese e messa dentro una macchina, che si allontanò subito a grande velocità. Venne nuovamente interessato il cugino ammiraglio, che però non riuscì ad avere notizie; Nel 1979 un compagno di scuola di sua figlia le disse di averla vista, circa dieci giorni dopo il sequestro, in un campo di concentramento clandestino, che non sapeva indicare e dove anch'egli era stato per un certo tempo ristretto.
Maria Rufina Gastori ha dichiarato che suo marito Oscar Ramirez, operaio presso i cantieri Astarsa (compagno di lavoro di Martino Mastinu), a causa della sua attività sindacale subì due sequestri (uno nel dicembre 1975 e l'altro nel settembre 1977) e dal secondo non uscì più vivo; sulla base di testimonianze raccolte dalla Conadep, si venne a sapere che era stato trovato morto nel CCD Campo de Mayo.
Di questo omicidio ha parlato anche il teste Juan Carlos Scarpati, il quale ha riferito di essere stato a sua volta sequestrato e ristretto presso il Campo de Mayo e di aver avuto occasione di vedere il cadavere del Ramirez, conosciuto con il soprannome "La Fabiana", poiché venne esposto per un pomeriggio e per la mattina seguente nel cortile di quel campo di concentramento.
Marte del Carmen Francese, appartenente ad una famiglia benestante di Buenos Aires, ha narrato una delle storie più tragiche. Il 9 novembre 1976 venne fatto sparire suo figlio Marcelo, studente di ingegneria, appartenente alla gioventù universitaria peronista. Suo genero Jorge Devoto, tenente della marina di guerra (marito della prima figlia), apprese nei giorni seguenti da un altro ufficiale che Marcelo era stato ucciso con colpi di arma da fuoco, mentre si trovava in strada, disarmato e munito di regolari documenti, ed era stato poi seppellito presso il cimitero di La Plata in una fossa comune con la dicitura "n.n.". Il tenente Devoto effettuò il riconoscimento e, per recuperare la salma e trasportarla presso la tomba di famiglia, dovette far scoprire moltissimi cadaveri (tra i quali vi era anche quello di un amico di Marcelo, che i genitori stavano ancora cercando, credendo che fosse in vita). Verso il gennaio del 1977, durante la loro assenza, venne eseguita una perquisizione presso una loro abitazione di La Plata e venne sequestrato un loro autista. Suo marito Antonio Bettini (magistrato, docente presso le Università di Buenos Aires e di La Plata, presidente dell'Azione cattolica universitaria e del Movimento familiare cristiano) si recò allora presso vari commissariati di polizia, insieme a suo genero, per avere notizie dell'autista. Durante questi giri, vennero fermati da alcuni uomini armati, i quali, sotto la minaccia di pistole, li fecero proseguire sino al bosco di La Plata, dove suo marito venne incappucciato, fatto salire su un'altra auto e portato via, mentre suo genero venne lasciato sul posto, dopo che gli erano state sottratte le chiavi della macchina e gli era stato detto di non muoversi. Il tenente Devoto rimase nei giorni successivi a La Plata per fare ricerche e presentò anche una richiesta di habeas corpus. Nel frattempo, presso l'abitazione del Devoto in Buenos Aires, venne eseguita una perquisizione notturna, nel corso della quale vennero rubate le cose di valore. Suo genero riuscì allora a farsi fissare un appuntamento con gli alti vertici della Marina presso gli uffici del comando in Buenos Aires; il 21 marzo 1977 si recò da solo a questo appuntamento, ma non fece più ritorno. Ai parenti venne detto che la Marina lo teneva con sé per proteggerlo. Dopo aver cercato invano di avere notizie dei tre familiari sequestrati, non riuscendo ad avere ascolto presso l'episcopato argentino (tanto da formarsi la convinzione della sua complicità con la dittatura), decise di lasciare il Paese e di recarsi, con la parte restante della famiglia prima in Uruguay e poi in Spagna. Venne in seguito a sapere che, nel marzo del 1977, una loro villa sita nei pressi di La Plata era stata saccheggiata da militari dell'Esercito, i quali avevano ucciso due dei custodi ed avevano portato via anche il mobilio. Il 3 novembre 1977 persone armate fecero irruzione nell'abitazione di sua madre (una vedova di 76 anni, appartenente all'alta società argentina e dedita alle opere di carità) e la sequestrarono; da allora non fece più ritorno; nel 1985 la sua salma venne ritrovata in una fossa comune, insieme ad altri 200 cadaveri in un cimitero sino in un sobborgo di Buenos Aires. Apprese poi che suo marito, per un certo periodo, era stato ristretto prezzo il campo La cacha, dove era stato sottoposto a torture. Nell'ottobre 1997 l'ufficiale di Marina Adolfo Scilingo ammise di aver partecipato ai "voli della morte" e dichiarò che tra le persone uccise con quel barbaro sistema vi era il tenente Devoto, del quale ricordava il fatto che era l'unico che non era stato drogato prima di essere gettato in mare dall'aereo.
Un'altra tragica vicenda è stata raccontata da Remi Vensentini, cittadino italiano, nato in Francia da genitori provenienti da Verona, padre di due figli/ Marcelo (allora studente di architettura, detenuto politico per sei anni, attualmente deputato a Buenos Aires) e Rosalba (studentessa di scuola secondaria, desaparecida dal 2 settembre 1977, allorché aveva solo 19 anni). Il 13 aprile 1976 lo stesso Vensentini venne ammanettato, bendato e sequestrato insieme a sua moglie e nella sua abitazione vennero rubati gioielli ed altri oggetti di valore. Presso il Campo de Mayo venne torturato diverse volte con il "sub marino" (consistente nell'immersione della testa in un recipiente pieno d'acqua, sino ai limiti dell'asfissia) e poi con la corrente elettrica nella bocca, sui membri genitali e nell'ano. Dopo 11 o 12 giorni venne liberato insieme a sua moglie; entrambi vennero abbandonati in una campagna, legati e bendati e, solo dopo che i militari se ne erano andati via, egli si rese conto che non volevano ucciderlo e che vicino a sé aveva la moglie. In seguito venne a sapere che sua figlia Rosalba era stata ristretta per un certo periodo presso il CCD Club Atletico; di lei si erano però poi perse le tracce.
Un'altra terribile vicenda è stata riferita da Laura Bonaparte, una delle fondatrici della associazione delle madri di Plaza de Mayo, che perse, sotto il regime militare, il marito, un figlio, due figlie e due generi. Alle 10,30 del mattino del 24 dicembre 1975 fu sequestrata sua figlia Aida Eleonora (studentessa di matematica e madre di un bimbo ancora in fase di allattamento), che si era recata presso le Villas miserias (luogo ove dimoravano persone in disagiate condizioni e dove lei faceva del volontariato, insieme a religiosi, insegnando a leggere e scrivere a persone adulte), per prestare i primi soccorsi agli abitanti di un edificio che era stato bombardato il giorno prima. Alcuni militari dell'Esercito fermarono la ragazza e, avendola trovata senza documenti, la portarono in una caserma. Nei giorni seguenti cercò in tutti i modi di conoscere la sorte della figlia e venne poi a sapere che, mentre la facevano passare davanti ai corpi degli abitanti delle Villas miserias uccisi, un militare l'aveva spinta e, avendo lei cercato istintivamente di togliergli l'arma, le aveva rotto la testa con il calcio di una pistola. Chiese allora che le venisse restituito il cadavere della figlia, ma le venne risposto che le avrebbero consegnato le sue mani tagliate e riposte in un contenitore di vetro. Insistette per riavere il corpo intero e, avendo ricevuto una risposta negativa, avviò un processo contro le Forze Armate; da quel momento iniziò la distruzione della sua famiglia. Mentre si trovava in Messico, dove era andata a trovare il suo primo figlio (un giornalista di 24 anni che si era allontanato dall'Argentina perché minacciato dalla Triplice A), venne a sapere che avevano sequestrato anche suo marito (dal quale era da tempo separata, ma con il quale aveva iniziato la causa per riavere il corpo della figlia) e che, nel portarlo via, gli avevano urlato: "come un ebreo di merda si permette di avviare un processo contro le Forze Armate?". L'11 maggio 1977 i militari fecero irruzione nell'abitazione della figlia ventunenne Irenita, che teneva in braccio Hughito (figlio di Aida Eleonora) e per mano la sua bambina Vittorita. Davanti ai bambini torturarono il marito di Irenita e poi portarono via entrambi, consentendo loro di lasciare i piccoli al portiere dello stabile. Il 19 maggio 1977 i militari irruppero anche in casa del figlio Victor e, dopo aver parzialmente distrutto l'edificio facendovi scoppiare una granata, lo trascinarono via insieme alla sua campagna Cantina Levi, mentre la loro bambina di due anni e mezzo venne consegnata ad una vicina. Di Irenita, di Victor e dei rispettivi marito e compagna, non riuscì ad avere altre notizie. I suoi figli non facevano parte di organizzazioni che svolgevano attività politica, ma (tranne quello giornalista) erano ancora studenti; veniva però considerata un'azione politica quella di aiutare la gente povera. Nel 1984 venne a sapere dove era stata seppellita Aida Eleonora, ma quando venne aperta la fossa vide all'interno sei femori e soltanto due crani e si rese così conto che era questo il motivo per cui non le avevano voluto consegnare il cadavere e che era vero quanto si diceva circa il fatto che i corpi venivano fatti a pezzi per non farli riconoscere. I resti di suo marito, invece, vennero trovati in una fossa dove erano state bruciate diverse persone; tutte presentavano un foro di proiettile alla nuca. Riconobbe il padre dei suoi figli da una parte del viso che era stata risparmiata dal fuoco: un orecchio, i baffi, una ciocca di capelli bianchi. Nella stessa fossa vi era anche il corpo di una giovane di circa venti anni in avanzato stato di gravidanza: con il calore le era scoppiato il ventre e il bambino che aveva in grembo era stato espulso; il cordone ombelicale era rimasto attaccato alla placenta della madre. Strazianti (anche se non perfettamente articolate) sono state le frasi con le quali la Bonaparte ha aperto e concluso la sua deposizione: "la colpa dei miei figli è stata quella di nascere"; "non esiste una madre di desaparecidos, siamo madri soltanto quando abbiamo dei figli che sono vivi; la funzione materna non può essere esercitata su delle persone che non ci sono, è il figlio che ci qualifica come madri; quando ci lasciano senza figli, non c'è un modo per chiamarci, soltanto come donne che siamo state madri; in Argentina c'è una figura nuova e si tratta di una crudeltà che è impossibile descrivere; quando un bambino perde i suoi genitori viene chiamato orfano, quando un uomo o una donna perde l'altra parte della coppia si chiama vedovo o vedova, ma quando l'Esercito si appropria di figli come possiamo essere chiamate?".
Marta Rondoletto ha dichiarato che il 12 novembre 1976 vennero sequestrati suo padre Pedro, sua madre Maria Senador, suo fratello Jorge Osvaldo, sua sorella Silvia Margarita e sua cognata Susana Bermeco (che era in stato di gravidanza). Poté poi accertarsi che tutti erano stati portati presso la Companìa de Arsenales Miguel de Azcuénaga di San Miguel de Tucumàn. Altre notizie si ebbero solo con riferimento a suo padre ed a suo fratello. Due gendarmi della Forza di sicurezza, infatti, testimoniarono che entrambi erano stati fucilati vicino ad un pozzo, dove poi erano stati gettati e bruciati insieme a legna, pneumatici e carburante; suo padre non era morto con la fucilazione e venne gettato nel rogo senza il colpo di grazia. I suoi fratelli e sua cognata erano militanti della Gioventù peronista e dirigenti studenteschi, ma non avevano mai aderito alla lotta armata.
Tra coloro che hanno riferito su detenzioni illegali e torture personalmente subite vi è José Luis Cavalieri, allora studente di medicina a La Plata e militante nella Gioventù universitaria peronista. Venne sequestrato il 3 maggio 1977, quando aveva venti anni ed era in compagnia della sua ragazza (anch'essa facente parte dello stesso movimento studentesco) alla fermata di un autobus. Entrambi vennero ammanettati, incappucciati, gettati sul pavimento di un camion e portati via (mentre alcuni militari tenevano i piedi con gli stivali sopra i loro corpi). Arrivati in un luogo di detenzione, li separarono ed gli venne messo in una stanza, dove gli tolsero il cappuccio e lo fecero riconoscere da altri ragazzi, che lo invitarono a non resistere. Poiché egli continuava a nascondere la propria vera identità, lo spogliarono e lo fecero sdraiare su una brandina con le mani legate a dei ganci che erano sul muro e con le caviglie tenute ferme da cinghie. Lo colpirono quindi con pugni e gli applicarono scariche elettriche sui piedi, sulla punta dell'alluce e del pene, sui testicoli e sull'addome; lo picchiarono poi con un manganello sulle gambe e sulle ginocchia, dicendogli "parla, perché se no ammazziamo la ragazza". Usarono quindi un altro apparecchio e gli diedero scariche elettriche di maggiore intensità sull'addome e sul torace. Dopo avergli tolto il cappuccio (essendosi accorti che riusciva a non urlare mordendo la stoffa) e dopo averlo bendato, utilizzarono un terzo apparecchio con scariche ancora più forti alla testa, sui capezzoli, nel naso, in bocca e sugli occhi. Ogni tanto egli aveva dei collassi e allora si fermavano per qualche minuto e lo innaffiavano con acqua, per far passare meglio la corrente. Gli applicarono poi un sacchetto di plastica intorno al capo ed egli cercava di non respirare, sperando così di morire e di smettere di soffrire; loro però riuscivano a portarlo sino alla soglia tra la vita e la morte, togliendo appena in tempo il sacchetto. Le scariche elettriche erano così forti che il suo corpo sobbalzava, tanto che a un certo punto si spezzò una cinghia che gli teneva ferma una caviglia; la sostituirono con una corda, che venne stretta in modo da causargli un buco nella carne (che in seguito si infettò, lasciandogli una evidente cicatrice). Il giorno seguente, pur non riuscendo neppure a camminare, venne sottoposto a nuove torture: gli applicarono scariche elettriche sull'ano e lo colpirono ancora con un manganello. In seguito venne a sapere che quel campo di concentramento si chiamava La cacha: era stato battezzato così perché, tra i personaggi di un cartone animato, molto seguito dai bambini in televisione, vi era una strega che faceva sparire le persone e che aveva appunto quel nome. Vi rimase sino ai primi giorni di settembre del 1977, allorché venne trasferito in un campo di La Plata, dove fu rinchiuso per oltre un mese in una cella, sdraiato in terra, ammanettato ad un ferro che era ancorato al pavimento. Successivamente venne portato in un carcere legale, dopo che, non riuscendo più a resistere alle torture, aveva fatto i nomi di alcuni ragazzi militanti nel suo stesso movimento. In seguito suo padre, essendo figlio di italiani, riuscì a fargli ottenere, tramite il Consolato di Buenos Aires, la cittadinanza italiana; poté così usufruire della norma che consentiva ai detenuti senza processo, cittadini stranieri, di uscire dall'Argentina. Venne quindi messo su un aereo che lo portò a Roma, dove ancora oggi si trova, vivendo nella disperazione (chiaramente manifestata nel corso della deposizione) per essere stato costretto a fare i nomi di alcuni suoi compagni (uno dei quali aveva poi appreso essere stato sequestrato e ucciso).
Altre atrocità sono state riferite da Norma Victoria Berti, che allora aveva 21 anni, studiava Scienza dell'educazione all'Università ed apparteneva ad un movimento studentesco che era stato messo al bando dal regime militare. L'11 novembre 1976, mentre stava camminando per le strada di Còrdoba insieme ad una compagna di studi, vide delle persone armate, in borghese, uscire da alcune autovetture e intimare l'alt, sparando in aria. Cercò di fuggire, ma inciampò e cadde in terra, venendo subito raggiunta da quattro o cinque uomini, i quali la colpirono violentemente, la ammanettarono, le misero della paglia in bocca e la bendarono; la infilarono poi nel cofano di una delle macchine, dove probabilmente svenne; in quanto non riusciva a respirare bene. Quando la fecero scendere dall'auto, la portarono in una specie di capannone, dove la legarono ad una brandina metallica e la torturarono con la "picana", un apparecchio con degli elettrodi con cui le davano scariche di corrente elettrica. Dopo una seconda sessione di torture, la portarono in un padiglione, dove c'erano 20-30 persone sdraiate su materassi di paglia; la misero in un angolo, bendata, dietro un paravento, in modo che non potesse vedere gli altri; rimase in quel posto per una settimana e per altri dieci giorni fu ristretta in un diverso campo, per poi essere trasferita in un carcere legale di Còrdoba, dove restò detenuta per tre anni. Le venne così concesso un grande privilegio, in quanto le venne salvata la vita; non riuscì però a spiegarsene le ragioni. Le condizioni di vita in questo carcere legale erano simili a quelle dei campi di concentramento, in quanto si trovava in assoluto isolamento, senza poter vedere i familiari; usciva solo un'ora per mangiare e in cella aveva soltanto un materasso, una coperta, uno spazzolino da denti e un buiolo per i bisogni fisiologici. Venne liberata all'improvviso senza aver avuto un processo né una imputazione e senza aver mai visto né un giudice né un avvocato.
Marco Bechis, il regista del film autobiografico "Grage Olimpo", ha riferito di essere stato sequestrato verso le ore 22,30 del 19 aprile 1977, mentre usciva da una scuola serale per maestri elementari a Buenos Aires. Venne prelevato da otto persone in abiti civili, che lo bendarono e lo trasportarono in un centro di detenzione (che poi scoprì essere il Club Atletico), dove venne rinchiuso in una cella di un metro e mezzo per due, incatenato ad un letto di cemento e sottoposto a torture con la "picana" elettrica. Dopo soli sei o sette giorni venne trasferito in un carcere legale, grazie all'intervento di suo padre, che era un alto dirigente della Fiat ed era accorso a Buenos Aires, dove aveva interessato il generale Suarez Mason (responsabile della zona comprendente la capitale federale). Quest'ultimo fece sapere che avrebbe potuto farlo liberale, in quanto era italiano e non aveva commesso gravi delitti. Dopo quattro mesi di detenzione nel carcere legale, venne rispedito con un aereo in Italia.
Su questo sequestro ha deposto anche Riccardo Bechis (padre di Marco), il quale ha precisato che, appena seppe di quanto era accaduto al figlio, si precipitò a Buenos Aires (dove sino all'anno prima aveva lavorato per conto della Fiat) e si rivolse ad una persona che conosceva Suarez Mazon. In tal modo riuscì a salvare la vita del figlio ed a far sì che venisse espulso dall'Argentina (dove il giovane era voluto rimanere per realizzare il suo sogno di fare il "maestro dei poveri").
Dei loro sequestri hanno poi parlato Teresa Mischiatti e Piero Del Monte, entrambi cittadini italiani. La prima ha detto che, verso le ore 15 del 25 settembre 1976, in una strada di Còrdoba, venne avvicinata da numerosi uomini, i quali la colpirono con il calcio di una pistola ad una tempia, la gettarono in terra e, dopo averla legata, la sollevarono e la fecero entrare nella parte posteriore di un veicolo, portandola nel campo di concentramento La Perla (dove rimase sino al 28 dicembre 1978). La sottoposero quindi ripetutamente a tortura con due diversi tipi di "picana", una da 120 e l'altra da 220 volt (causandole bruciature di terzo grado che le hanno lasciato cicatrici in varie parti del corpo, ancora oggi visibili), per costringerla a fare i nomi di altre persone e, in particolare, del suo compagno, che come lei apparteneva all'organizzazione dei Montoneros. Il Del Monte (che all'epoca era studente e lavorava in fabbrica, aderendo all'ala sindacale del Partito Rivoluzionario dei Lavoratori, senza peraltro partecipare ad azioni di guerriglia) ha detto di essere stato sequestrato da uomini armati, in abiti civili, il 10 giugno 1976 e di essere stato ristretto presso il campo La Perla sino all'aprile del 1977. In quel campo rimase per mesi con gli occhi bendati, legato e sdraiato su un materasso di paglia, insieme ad altre persone, molte delle quali morirono in conseguenza delle torture subite o perché portate al "fosso" dove vennero uccise.
Pablo Alejandro Diaz ha riferito sull'operazione denominata "la notte delle matite spezzate", nella quale vennero sequestrati 60 ragazzi delle scuole secondarie (di età compresa tra i 16 e i 18 anni), considerati potenziali sovversivi perché si erano organizzati ed avevano manifestato per protestare contro il decreto che aveva disposto l'abolizione dello sconto per gli studenti sui biglietti degli autobus. Verso le 4 della notte sul 21 settembre 1976, mentre stava dormendo insieme ai genitori ed ai fratelli, vide irrompere in casa una quindicina di militari dell'esercito, i quali lo buttarono sul pavimento e gli coprirono la testa e, dopo aver rubato tutte le cose di valore, lo portarono con un'auto sino ad un campo di concentramento. In questo campo venne sottoposto a torture (con scariche di corrente elettrica e immersioni del capo in contenitori d'acqua) e rinchiuso in una piccola cella con gli occhi bendati e le mani legate dietro la schiena. Il 28 dicembre 1976 riuscì ad avere il trasferimento in un carcere legale, dove rimase ristretto sino al 19 novembre 1981, senza essere mai processato. Molti di quei ragazzi, che erano stati sequestrati con lui, entrarono invece nelle file dei desaparecidos.
Hedda Carocoche, madre di Pablo Alejandro Diaz, ha confermato le circostanze relative al suddetto sequestro ed ha parlato anche di un colloquio avuto, nell'agosto del 1978, con Suarez Mason, al quale si era rivolta per ottenere la libertà del figlio, che era detenuto da quasi due anni. Il generale si fece portare il fascicolo di Pablo Alejandro e, dopo averlo letto, le contestò che lo stesso era stato preso il 28 dicembre 1976 mentre distribuiva in strada volantini sovversivi; lei rispose che ciò non era vero, in quanto il ragazzo era stato portato via il 21 settembre mentre si trovava in casa con i suoi familiari; Suarez Mason si arrabbiò per essere stato contraddetto e, battendo una mano sul tavolo, ribadì quanto aveva affermato e la minacciò ricordandole che aveva anche altri figli.
Alcide Antonio Chiesa, all'epoca studente dell'Istituto Nazionale di cinematografia e autore di un film di critica politica, ha raccontato di essere stato sequestrato il 15 ottobre 1977, insieme alla moglie Norma (che era incinta di due mesi e, in conseguenza di questo fatto, perse il bambino) ed al padre Alcide Santiago (titolare di una ditta di alluminio). In occasione del sequestro saccheggiarono la sua abitazione e quella di suo padre, portando via quasi tutto con un camion e rubando anche le loro autovetture. Venne portato in un luogo di detenzione, dove venne rinchiuso, bendato e con le mani e i piedi legati, in una cella di un metro e mezzo per due e, per circa 30 giorni, venne sottoposto a sessioni di tortura quotidiane con la "picana" elettrica e con il "sottomarino".
Rimase detenuto sino al 29 gennaio 1982 e poi venne liberato, senza che gli venissero spiegate le ragioni sia della detenzione che della liberazione. Mario Villani, laureato in fisica, appartenente al sindacato dei professori universitari e componente della commissione per l'energia atomica, ha dichiarato che il 18 novembre 1977, mentre si trovava alla guida della propria auto, fermo ad un semaforo di una strada di Buenos Aires, venne circondato da tre o quattro macchine, dalle quali scesero alcuni uomini armati, che lo prelevarono e lo portarono presso il Club Atletico, dove venne più volte interrogato e torturato con colpi di manganello (tanto da diventare livido dal collo sino alla vita), con la "picana" elettrica e con il sottomarino bagnato (consistente, come si è visto, nell'immergere la testa dentro un recipiente pieno d'acqua) o secco (consistente nel coprire le testa con una busta di plastica, stretta intorno al collo, in modo da ostacolare la respirazione). Queste torture venivano praticate ripetutamente a tutti i detenuti, sino a che non parlavano oppure morivano (l'80% di costoro rientrò nell'elenco degli scomparsi); il trattamento peggiore era riservato agli ebrei. Rimase detenuto sino all'agosto del 1981, passando per altri quattro centri di detenzione (El Banco, Olimpo, Les Malvinas e Esma), tutti rientrati nella zona 1, comandata da Suarez Mason. Per le sue conoscenze nel campo dell'elettronica venne utilizzato, all'interno dei CCD, per riparare apparecchi di vario tipo, tra i quali persino la "picana" elettrica (e ciò contro la sua volontà, trattandosi di uno strumento adoperato per infliggere sofferenze ai suoi compagni di detenzione).
Luis Federico Allega (che all'epoca studiava ingegneria all'università e contemporaneamente insegnava matematica) ha riferito che, verso le ore 2 della notte tra il 13 e il 14 giugno 1977, mentre dormiva nella casa dei propri genitori in Buenos Aires, sentì sfondare la porta d'ingresso e vide entrare nella propria stanza alcuni uomini, i quali gli puntarono contro un'arma e cominciarono a rovistare dappertutto, rompendo suppellettili e asportando la televisione, denaro e documenti. Finita questa operazioni, gli misero un cappuccio in testa e lo portarono fuori, infilandolo a faccia in giù dentro una macchina, tra i sedili anteriori e quelli posteriori. Lo condussero quindi presso il Club Atletico, dove come prima cosa gli venne assegnato un numero (che da allora in avanti avrebbe dovuto essere usato al posto del suo nome e cognome, in modo da annullare la sua identità) e gli venne detto che avrebbe dovuto ricordarlo a memoria, insieme a quelli dei lucchetti delle catene, con le quali gli vennero legate ad un letto metallico le mani e i piedi. Più volte gli venne applicata la "picana" elettrica anche sugli occhi (tanto da riportare danni permanenti all'organo della vista), venne percosso e gli vennero praticate punture di sostanze chimiche. Durante il periodo di detenzione ebbe occasione di assistere ad un "trasferimento" (traslado) di prigionieri, ai quali prima venne fatta fare una doccia, vennero cambiati gli abiti e venne fatta una puntura, dicendo loro che sarebbe servita per non soffrire di stomaco in aereo e che dovevano essere contenti perché sarebbero stati liberati (e per tale motivo vennero costretti anche a cantare); in realtà dovevano partecipare ad uno dei "voli della morte" e cioè, dopo essere stati drogati, dovevano essere gettati in mare da un aereo; di quel gruppo facevano parte due suoi amici che non fecero più ritorno. Il 9 luglio 1977, di notte, entrarono nella sua cella e gli dissero: "abbiamo deciso che per te è finita, ti portiamo fuori, ti mettiamo contro un muro e ti spariamo, perché abbiamo deciso che sei colpevole e ti dobbiamo uccidere". Insieme ad un altro ragazzo, lo misero incappucciato nel cofano di una macchina. Arrivati davanti al muro di una palazzina, li fecero scendere entrambi e dissero loro di girarsi, perché li avrebbero dovuti fucilare. Subito dopo, invece, quelli se ne andarono via e li lasciarono in mutande, insanguinati e con i capelli lunghi, tanto che il primo passante avvertì la polizia, pensando che fossero scappati da un manicomio. Dopo essere stato liberato, rimase in Argentina, sperando che con il ritorno della democrazia venissero puniti i responsabili degli atroci delitti commessi durante la dittatura militare. Quando venne a sapere che a tutti era stato concesso un indulto, nel 1989, avendo la doppia cittadinanza, decise di trasferirsi in Italia, sperando di ottenere giustizia almeno in questo Paese; ciò non era però ancora avvenuto, pur essendo trascorsi molti anni.
Jorge Alberto Allega, fratello di Luis Federico, ha detto di essere stato sequestrato il 9 giugno 1977, probabilmente perché il suo nome era stato trovato nell'agenda di un suo allievo (sospettato di attività sovversiva o presunta tale) e malgrado non svolgesse alcuna attività politica e fosse solo simpatizzante degli oppositori al regime. Venne ristretto prima presso il Club Atletico e poi in altri campi e nei primi 15 giorni venne sottoposte a torture di ogni tipo. Il 10 luglio 1978 venne liberato, ma non riuscì a comprendere la ragione.
Eduardo Jorge Kiernen, allora docente e titolare di un negozio di abbigliamento nonché militante del partito peronista, ha dichiarato che, verso le ore 5 del 9 marzo 1977, mentre dormiva insieme alla moglie Anna Maria Di Salvo, vide entrare in casa diversi uomini, i quali, dopo aver rotto la porta di ingresso con una mazza, lo afferrarono per i capelli e lo gettarono sul pavimento, prendendolo a calci e facendolo rimanere in quella posizione per quasi 40 minuti. Quindi lo portarono in strada, gli coprirono la testa con una specie di coperta e lo fecero entrare nel portabagagli di un'autovettura. Successivamente presero anche sua moglie e la sistemarono sul sedile posteriore di un'autovettura, mentre il loro bambino di un anno e mezzo rimase in casa con la "baby sitter" e venne un seguito affidato alla nonna. Venne quindi portato con la moglie presso il campo di concentramento Vesubio, dove rimase sino al 20 maggio 1977, subendo torture di vario genere.
Anna Maria Di Salvo, allora maestra elementare e psicologa, ha confermato che il 9 marzo 1977, con le modalità descritte dal marito, venne sequestrata e portata presso il Vesubio e che il 20 maggio dello stesso anno venne liberata. Durante la detenzione venne rinchiusa in una stanza, divisa con pannelli di trucionalto in tanti comparti (in ciascuno dei quali vi poteva entrare una sola persona), dove veniva tenuta in terra con i polsi legati da manette fissate ad un gancio attaccato ad una parete; alla sera le venivano messe anche le catene alle caviglie.
Maria Ines Paleo (che all'epoca aveva 24 anni, era da poco laureata in architettura e non svolgeva alcuna attività politica) ha riferito che, durante la notte sul 25 luglio 1978, mentre si trovava nella propria abitazione, venne prelevata, insieme al marito Eduardo Morote ed al loro bambino di dieci mesi, da sette o otto uomini in abiti civili, i quali ruppero alcune cose e si impossessarono del denaro. Vennero portati in macchina prima presso l'abitazione della famiglia di Alejandro Gutierres (anch'esso sequestrato e scomparso), per lasciarvi il bambino, e poi presso un commissariato, dove vennero torturati. Successivamente vennero condotti presso il campo di concentramento La Cacha, ove lei rimase ristretta, incatenata al letto ed incappucciata, sino al 15 agosto 1978, venendo sottoposta a nuove torture e ad interrogatori, nel corso dei quali le veniva ripetutamente richiesto di fare i nomi di appartenenti a movimenti studenteschi della facoltà di architettura. Venne liberata solo dopo che i suoi genitori si erano recati presso il comando del primo corpo dell'Esercito e, servendosi di un loro conoscente, si erano incontrati con un sottoposto del generale Suarez Mason.
In senso conforme ha deposto Eduardo Morote (che all'epoca era studente di architettura e non si occupava di politica), precisando che rimase prezzo il campo La Cacha per due soli giorni, durante i quali venne percosso e torturato con la "picana". Non riuscì a capire le ragioni del suo sequestro e della sua liberazione, ma si rese conto che per essere sequestrati non era necessario essere legati a determinate ideologie politiche.
Maria Laura Bretal (che allora era incinta di quattro mesi, lavorava in un asilo infantile ed era delegata sindacale) ha raccontato che venne sequestrata il 5 maggio 1978 da militari dell'Esercito, i quali, dopo aver abbattuto la porta di casa, la incappucciarono e la misero sul pavimento di un'autovettura, mentre sua figlia di tre anni e mezzo venne addormentata con dell'etere (o con qualcosa del genere) e lasciata sola in casa. Venne quindi portata presso il campo La Cacha, dove rimase, incappucciata ed ammanettata ad una branda, sino al 22 agosto 1978.
Esquivel Adolfo Perez ha affermato che il 4 aprile 1977, senza che gli venisse contestata alcuna accusa, venne privato della libertà presso il Dipartimento della Polizia Federale, dove si era recato per rinnovare il passaporto. Dopo essere stato rinchiuso per 32 giorni in una cela molto angusta, il successivo 5 maggio venne portato su un aereo e incatenato ad un sedile. Mentre l'aereo volava sulla costa dell'Uruguay e sul Rio de La Plata, temette che gli avrebbero fatto fare la fine di quelli che venivano gettati vivi in mare. Dopo circa due ore di viaggio arrivò un contrordine e venne portato presso la prigione di La Plata, dove venne sottoposto a torture, consistenti in bastonate e docce di acqua fredda. Durante la notte lo svegliavano ogni mezz'ora e di giorno non gli consentivano di sedersi e lo insultavano continuamente, dicendo che neppure i vescovi o il papa lo avrebbero salvato. Venne invece liberato nel giugno del 1978 e per altri 14 mesi venne tenuto in libertà vigilata.
4) L'omicidio di Laura Estela Carlotto ed il sequestro di Guido Carlotto
Sui fatti relativi all'omicidio di Laura Estela Carlotto ed al sequestro del suo figlioletto Guido ha per prima deposto Enriqueta Estela Barnes, madre della stessa Laura e presidentessa dell'associazione delle nonne di Plaza de Mayo (quelle donne coraggiose che, sin dai tempi della dittatura, si organizzarono per la ricerca dei nipoti, scomparsi insieme alle loro figli,e sequestrate in stato di gravidanza e uccise dopo il parto). La Barnes ha riferito che Laura, la prima dei suoi quattro figli, era studentessa presso la facoltà di storia dell'università di La Plata e faceva parte della Gioventù peronista; aiutava contemporaneamente il padre Guido Carlotto nella conduzione di un negozio di vernici ed era sposata dall'età di 18 anni. L'1 agosto 1977, dovendo fare il trasloco di casa, chiese in prestito al padre un furgoncino, dicendo che lo avrebbe restituito verso le ore 17. Alle 20,30, poiché Laura ancora non si faceva sentire, il padre si cominciò a preoccupare (avendo saputo che a La Plata molti studenti erano stati sequestrati) e decise di recarsi a casa della figlia. Verso le ore 3 del mattino, non essendo tornati né il marito né la figli, andò lei stessa a casa di Laura per capire cosa fosse accaduto; poté così constatare che vi era stata un'irruzione dei militari, in quanto vi era la porta aperta e all'interno tutto era distrutto o in disordine. Le ricerche prontamente fatte presso ospedali e commissariati ebbero esito negativo, in quanto tutti dicevano di non sapere nulla. Una vicina di casa della figlia le raccontò che i militari avevano perquisito l'appartamento e, più tardi, essendo rimasti per vedere se qualcuno rincasava, avevano portato via una persona anziana. Ebbe così la convinzione che si trattava di suo marito, che era malato di diabete ed aveva bisogno di medicine e di cure speciali. Il giorno seguente i militari si recarono anche presso la sua abitazione, ma non riuscirono ad attuare il loro proposito, in quanto lei non era presente, essendosi trasferita con i figli presso parenti; anche Laura era riuscita ad allontanarsi prima che i militari facessero irruzione in casa sua. Nei giorni successivi intensificò le ricerche del marito, rivolgendosi a parroci e vescovi di La Plata e andando persino a vedere i cadaveri che a volte apparivano sulle rive del fiume. Riuscì anche ad avere un colloquio con un alto capo militare, il quale le consigliò di non consegnare denaro a nessuno; in realtà aveva già dato 40 milioni di pesos ad una persona che le aveva promesso di salvare la vita del marito. Il 25 agosto 1977 quest'ultimo venne comunque liberato, dimagrito di 14 chili, e le raccontò che durante i 25 giorni di prigionia era stato sottoposto a torture ed aveva assistito alla eliminazione di molti giovani. Laura nel frattempo si era allontanata da La Plata e si manteneva con loro in contatto telefonico ed epistolare; periodicamente si incontrava con il padre, ma con molta preoccupazione, temendo sempre di essere sequestrata. L'ultimo contatto con Laura lo ebbero il 16 novembre 1977, quando ricevettero una sua lettera: da allora non poterono più vederla né sentirla. Come aveva già fatto per il marito, riprese con angoscia la trafila delle ricerche e dei contatti con prelati, politici e militari. Anche in questo caso le chiesero un riscatto e fu così costretta a consegnare 150 milioni di pesos, senza però riuscire ad ottenere la liberazione della figlia. Il 17 aprile 1978, presso il negozio del marito, si presentò una donna che raccontò di essere stata ristretta per un certo periodo in un campo di con